mercoledì 16 dicembre 2009

Sicilia: Paternò e la monnezza - Failla ed il PdL sfidano Lombardo




Un leit-motif  oramai perpetuo, l’attacco di Pippo Failla al Presidente Lombardo, dall’esibizione in mutande per le vie della città fino alle contumelie scritte nei giornali e alle interviste televisive di attacco politico durante tutta la settimana passata.
“ Ringrazio il Presidente della Regione per  i rifiuti sparsi nella città, - afferma Failla- ma lo avrei ringraziato molto di più se fosse intervenuto ad eliminare l’emergenza rifiuti per la festa di S. Barbara, tutti sapevano che vi era l’emergenza e tutti sapevano dei festeggiamenti e lui non dico che è stato sordo ma distratto ma lo ringrazio ugualmente perché ha disposto l’intervento ma coi soldi del comune. Non ringrazio il Presidente Lombardo in quanto se c’è un responsabile è proprio lui, perché in due anni non ha fatto nulla per risolvere il problema”. Molta ironia nelle parole del Sindaco che nella giornata di ieri ha defenestrato l’assessore Rau reo di avere accompagnato Lombardo nell’incontro con gli operatori ecologici.
Un episodio non certo estemporaneo quello della revoca di Rau, ma preparato e concertato  tra il PdL, Udc, e il gruppo degli indipendenti con documento di attacco al Presidente della Regione e al MPA locale, ma non tutto, vengono salvati Virgolini e Lo Faro che ritengono collaborazionisti.  Il documento stigmatizza l’incontro tra Raffaele Lombardo egli operatori ecologici definendolo populista e demagogico,  un blitz fatto senza preavviso in dispregio verso Failla e la sua amministrazione sempre attenta a questi problemi (sic), questo si legge nel comunicato. E quindi Rau dimissionato senza preavviso per mancanza di rapporto fiduciario.
Come andrà a finire questo strappo tra il PdL e gli Autonomisti di Lombardo? Certo è che il MpA è con una gamba dentro e tre fuori una situazione risibile ed irreale. Si bastona Rau non potendo bastonare Lombardo.
I lavoratori sono ritornati al lavoro solo dopo l’intervento credibile del Presidente della Regione, mentre di Failla non si fida più nessuno, ed hanno comunicato solidarietà al revocato assessore Rau.
Noi siamo certi che le Faillate non sono ancora finite e l’ ipotesi di una “sucata” della determina di revoca dell’assessore è nell’aria. Non sarebbe la prima volta. Di fatto quest’episodio rimane solo una questione di “monnezza”.

martedì 15 dicembre 2009

Sicilia, Miccichè: "Da qui inizia il partito del Sud"



«Ma davvero qualcuno ancora crede che Lombardo possa tornare indietro? Chi lo fa, davvero, non ha capito niente». Gianfranco Micciché «blinda» il governo di minoranza. E guarda già all´approdo: «Non può che essere il partito del Sud. Mi costerà qualcosa? Io la mia carriera l´ho fatta, non sono incollato alla poltrona e non ambisco a diventare presidente del Consiglio, come un paio di miei colleghi... «.

Siete partiti, dunque.
«E non poteva essere altrimenti. Al punto in cui eravamo arrivati, o si faceva un governo di minoranza o si andava a nuove elezioni che, dopo l´anno di stop in seguito alla vicenda Cuffaro, significavano - e significano - una sciagura».

Il Pdl ufficiale si augura ancora una ricomposizione della frattura con Lombardo.
«Sì, e ci pensano ora. Con quale credibilità? Hanno fatto girare le voci più incredibili negli ultimi giorni, hanno detto che c´era un accordo per farmi rientrare nei ranghi in caso di elezione alla presidenza dell´Upi di Castiglione e di sue successive dimissioni dalla carica di coordinatore regionale. Nulla di più falso. E con questa motivazione, peraltro, hanno convinto Potestà a ritirare la candidatura per la guida dell´Unione Province. Per me il Pdl in Sicilia andava commissariato da tempo: ora siamo fuori tempo massimo».

Lei, cresciuto con Berlusconi, come spiegherà questo strano asse che arriva sino a Bersani?
«Guardi, noi non stiamo facendo un governo con il Pd. Stiamo mettendo su un governo di minoranza che, con le forze migliori presenti in Assemblea, possa realizzare le riforme necessarie alla Sicilia. Mettiamola così: è il governo dei migliori».

Ma come fa a stare nel governo con il ruolo di sottosegretario e far votare ai suoi, all´Ars, un ordine del giorno contro la politica antimeridionalista dell´esecutivo di cui fa parte?

«Sono coerente: queste cose le ho dette già in estate, dell´influenza della Lega sulle scelte di governo parlo da tempo. Altri devono spiegare come si fa sistematicamente ad andare contro un presidente della Regione espresso dal centrodestra».

Qualcuno afferma che sta approfittando di un momento di debolezza del Cavaliere.
«Querelo chi lo dice. Ad approfittare del fatto che Berlusconi si occupa di meno dell´Isola sono i cosiddetti «lealisti» che hanno voluto imporre una bieca logica di corrente nella gestione del partito in Sicilia. Con la colpevole complicità del coordinamento nazionale».

Dove finirà il suo viaggio, Micciché?
«Io credo che si concluderà nel partito del Sud, con Lombardo e con quanti, a destra e a sinistra, credono che solo l´autonomia dei territori può garantire sviluppo».

Ciò potrebbe farle perdere il posto di sottosegretario.
«Non credo. Ma se accadrà, pazienza. Io la mia carriera l´ho fatta. Qualche mese fa, nel bel mezzo della querelle sui fondi Cipe, ho declinato l´invito di Berlusconi a fare il ministro. E non punto mica a diventare presidente del Consiglio, come un paio di miei colleghi... «.

C´è un pezzo di Pd che contesta l´appoggio esterno a un governo con Micciché. Dietro c´è Dell´Utri, avvertono...
«Non credo sia questa la posizione ufficiale del Pd. Non dovrei neanche rispondere. Mi spiace che la signora Borsellino chiami in causa Dell´Utri secondo convenienza. L´evoluzione del processo di Palermo dimostra come i pentiti non siano credibili a prescindere. Io sono convinto che alla fine sarà provata l´assoluta estraneità di Dell´Utri dalle accuse di mafia. E fra Dell´Utri e Spatuzza io mi tengo tutta la vita Marcello. La Borsellino si tenga Spatuzza».
(La Repubblica)

martedì 8 dicembre 2009

SICILIA: IL LABORATORIO POLITICO SI CONCLUDERA' MERCOLEDI' ?

a crisi siciliana ogni giorno che passa guadagna attenzione. Ha attraversato lo Stretto in più occasioni, ma sempre in circostanze particolari, in riferimento a qualcosa di nuovo, come il Partito del sud. Ma stavolta la questione è più importante, siamo alla vigilia del cambio di guardia, come a Buckingham Palace. E c’è tanta gente che vuole sapere come avviene il cambio, se si rispettano i gesti di sempre oppure ci sono grosse novità.

Il cambio di guardia dovrebbe avvenire fra il centrodestra e il centrosinistra nella regione che ha dato al candidato del centrodestra il 65 per cento dei voti. E’ una cosa senza precedenti. E c’è infatti chi pone l’accento sul tradimento dell’elettorato – sono gli ex alleati del governatore – e chi invece segnala il voto diretto dei siciliani come la stella polare da seguire, permettendo il ribaltone. Perché comunque la si giri la frittata, di ribaltone si tratta, anche se anche su questo ci sono due correnti di pensiero: la prima, che fa capo a Raffaele Lombardo, addebita agli ex alleati, il Pdl ufficiale e l’Udc, la “carognata” del voto contrario al documento di programmazione economica e finanziaria. Un diniego, si afferma, che ha un peso politico enorme e paralizza il governo; la seconda addebita invece al governatore la volontà di cambiare alleanza cercando i voti dell’opposizione prima con le cosiddette geometrie variabili e poi, in modo più netto denunciando la dissoluzione della maggioranza.

Il fortilizio di Lombardo è presidiato da quindici deputati regionali del suo movimento, l’Mpa, e dai quindici deputati regionali del Pdl Sicilia, la frangia scissionista che fa capo a Gianfranco Miccichè, il ribelle che obbedisce a Silvio Berlusconi. Mentre il Movimento di Lombardo non ha smagliature né titubanze, il Pdl Sicilia di Micciché deve fare i conti con l’ubbidienza ribelle del suo leader. E si sa, gli ossimori vanno bene in letteratura perché invitano a riflettere sulla crudeltà del nonsenso, ma in politica lasciano chiunque nel guado, indeboliscono gli eserciti, le volontà. Tutto.

Nel Pdl Sicilia c’è, tuttavia, un’anima politica che rimanda all’altro co-fondatore del Pdl, Gianfranco Fini, cui i colonnelli siciliani danno conto momento dopo momento. E finora i finiani, in testa i deputati nazionali Briguglio e Granata, hanno rappresentato l’ala irriducibile dello scisma. C’è chi fa risalire tanta risolutezza alla conflittualità fra il capo del governo e il presidente della Camera e chi, invece, crede che le vicende siciliane hanno una loro specialità, al pari dello Statuto.

Mercoledì sera, il Parlamento regionale ascolterà ancora Raffaele Lombardo, che prosegue nelle sue comunicazioni programmatiche, iniziate nella seduta d’Aula precedente, durante la quale ha dichiarato la fine dell’alleanza. La prosecuzione è dedicata alla stesura di un inventario delle buone intenzioni che alcuni chiamano un programma di azione del governo, che si rivolgerà a coloro che vogliono lasciare in piedi Lombardo sapendo quello che li aspetta.

Per il governatore potrebbe essere l’ultima spiaggia, ma anche per l’Assemblea potrebbe esserlo. Se Lombardo non ha una maggioranza deve dimettersi e se si dimette anche la legislatura si conclude. E questo non lo vuole quasi nessuno, a cominciare dall’opposizione che sa di tornare eventualmente dimezzata a causa delle urne, avendo usufruito di un eccezionale bonus grazie ad una legge elettorale e condizioni irripetibili. Il Pd non sarà l’unica opposizione e non potrà avvantaggiarsi di questa prerogativa con effetti deleteri sulla rappresentanza parlamentare.

Il vero deterrente di Lombardo è proprio questo, la contrarietà al ritorno alle urne da parte di tutti i gruppi parlamentari e della stessa opposizione che a causa di ciò, e non solo, è passata da una intransigenza anti-Lombardo irriducibile ad una disponibilità “mirata”. Il Pd, dunque, dovrebbe sostituire gli ex alleati di Lombardo, a meno che gli ex alleati di Lombardo ritornino sulle loro decisioni, non foss’altro che per tenere sul braciere ardente Lombardo, mettere in difficoltà il ribelle disubbidiente Miccichè e creare forti disagi nel Pd, che non può stare insieme al centrodestra, costi quel che costi. La partita siciliana è ancora aperta. Qualunque sia la soluzione la crisi siciliana è diventata un caso nazionale. Il cambio di alleanze può influenzare l’esito del voto alle regionali della prossima primavera. (siciliainformazioni)

domenica 6 dicembre 2009

Rifiuti Zero

mercoledì 2 dicembre 2009

Fini fuorionda su Berlusconi: "Confonde la leadership con la monarchia assoluta" [da La Repubblica]

domenica 18 ottobre 2009

Sicilia : Scalia propone un triumvirato per il Pdl siciliano



Un triumvirato alla guida del Pdl in Sicilia. E’ la proposta del deputato alla Camera Pippo Scalia, ex coordinatore regionale di An, per ricomporre le frizioni che agitano da mesi il partito nell’Isola. Il Pdl siciliano e’ diviso tra i fedelissimi del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianfranco Micciche’, che sostiene il presidente della Regione Raffaele Lombardo, e l’ala vicina al presidente del Senato, Renato Schifani, e al ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e piu’ critica verso il governo della Regione. Secondo Scalia, il “triumvirato” dovrebbe coinvolgere Alfano, Micciche’ e un deputato dell’area finiana. Alla proposta del deputato nazionale si è associato il collega di partito a Montecitorio, Dore Misuraca secondo cui la gestione del partito condotta da Giuseppe Castiglione e Mimmo Nania non e’ stata esaltante. “Ritengo – ha detto - che l’autunno sia arrivato anche per loro. Del resto, l’intelligenza di una persona, tanto nella vita quanto in politica, si misura anche dalla sensibilita’ a comprendere le condizioni del contesto nel quale si opera e dalla capacita’ di assumerne le determinazioni conseguenti. Sono sicuro – ha continuato Misuraca - che anche Castiglione e Nania abbiano compreso che la loro gestione del partito in Sicilia, lungi dal portare serenita’ tra eletti, dirigenti e militanti, ha esacerbato gli animi e aumentato il livello di tensione. Conosco bene l’affezione di Castiglione e Nania al Pdl, e proprio per questo ritengo doveroso che il partito li aiuti a farsi da parte”. Il triumvirato viene visto però da Misuraca come un momento di transizione, anteriore al congresso per eleggere il coordinatore regionale del partito. Scalia incassa il favore anche di Carmelo Briguglio, Fabio Granata e Nino Lo Presti i quali sono certi che la proposta del triumvirato siciliano sara’ attentamente valutata dal vertice nazionale del partito come seria ed equilibrata per gettarsi dietro le spalle le attuali divisioni e la conseguente confusione nella linea politica che bisogna superare con una comune assunzione di responsabilita’. “Resta ovviamente fermo il sostegno al governo Lombardo – precisano i tre parlamentari - che scaturisce da un voto degli elettori siciliani e dalla condivisione del suo progetto politico da parte di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini”

giovedì 15 ottobre 2009

Sicilia : 15 parlamentari del PdL chiedono la fuoruscita di Micciché



Un politico si riconosce prima di tutto dalla sua storia, da ciò che ha saputo realizzare. E la storia non si dimentica, né tanto meno si rinnega, perché chi lo fa è un uomo senza futuro per sé e senza possibilità di costruire un futuro per gli altri.



Pertanto, pur con un antipatico esercizio di autocelebrazione (lontano anni luce dal mio modo di fare), mi permetto di rinfrescare la memoria ai 15 signori parlamentari nazionali, cosiddetti “lealisti”, i quali non solo mi hanno rinnegato (rinnegando però sé stessi, visto che promanano tutti dai miei sforzi e dal mio lavoro), ma hanno, forse, dimenticato i miei sacrifici per questo partito e per questa terra. Anzi, siccome li considero sani di mente, sono certo che abbiano dimenticato, altrimenti non avrebbero sottoscritto un documento in cui mi chiedono di lasciare il Governo e il Pdl.


I signori onorevoli ricordino che la persona di cui oggi chiedono di lasciare il partito (io) è colui che il partito l’ha fondato, l’ha plasmato, lo ha portato in poco tempo a livelli di consenso inimmaginabili.


Pochissimi di questi (forse nessuno) erano lì, in macchina con me, quando, nel ‘93 cominciai a girare in lungo e largo per la Sicilia, comune per comune, alla ricerca di volti nuovi, capaci d’interpretare con credibilità la nuova stagione politica, all’insegna del “nuovo miracolo italiano”.


Non ricordo chi di questi c’era (se c’era) quando, nel ‘95, sfilai davanti al Palazzo di giustizia di Palermo, per protestare contro l’arresto di Musotto e per aprire un nuovo fronte di libertà, contro quella magistratura di parte, che da subito mostrò le sue intenzioni verso il nuovo soggetto politico.


Non ricordo se alcuni di questi c’erano quando, nel ’96, sfidai, per puro spirito di squadra, Luciano Violante nel collegio madonita (feudo della sinistra), vincendo contro ogni più rosea previsione. Non ricordo chi di questi c’era quando, nel ‘97, ( addirittura Salvo Torrisi era assessore del centrosinistra ) per tenere alta la bandiera di Forza Italia, accettai di sfidare l’invincibile Orlando per la corsa a Sindaco, aprendo, con un risultato impronosticabile alla vigilia, la strada all’avvento, poi, del primo sindaco forzista.


Molti di questi erano lì, quando, tra il ’98 e il 2000 condussi il partito in una battaglia epocale per la Sicilia, cioè per la riforma del sistema elettorale, che, attraverso l’elezione diretta del Presidente della Regione, mettesse fine alle continue crisi di Governo e ai ribaltoni (da ultimo, quello che portò al Governo il diessino Capodicasa, nella cui giunta sedeva il ribaltonista udierrino Castiglione). Molti di questi erano lì, quella notte del 13 maggio, quando nella sede regionale di Forza Italia festeggiammo lo storico 61 a 0; ed erano tutti lì quando regalai alla Sicilia 4 ministri e il presidente dei Senatori del maggior partito italiano (tenendo per me la carica di vice ministro per l’Economia). Ed erano tutti lì quando conquistammo il Comune di Palermo dopo quasi vent’anni di strapotere orlandiano, e quando, negli anni a seguire, ad ogni competizione elettorale, ci confermavamo nella gran parte dei comuni e provincie siciliane, eleggendo sindaci e presidenti.


E quanto fatto per questa terra? Hanno dimenticato, lor signori, il lavoro, i sacrifici e i risultati prodotti per la Sicilia? Ma come possono essersi dimenticati dell’apertura della Palermo-Messina, a distanza di quasi 40 anni dall’inizio dei lavori? (per non aprlare della Ct-SR e della SR-Gela). Come possono essersi dimenticati dell’acqua garantita con continuità, dopo l’inaugurazione, nel 2002, della condotta idrica di Scillato? E Kals’art? E la rinascita del muso regionale di arte moderna e contemporanea a Palazzo Riso? E la nascita del quarto polo universitario siciliano, Kore, ad Enna? E la prima soap opera siciliana, Agrodolce? E la Biennale? E l’apertura ai siciliani, per la prima volta nella storia, del Portone monumentale Maqueda, di Palazzo reale? E il Rimed, il centro di ricerca a Carini? Come possono essersi dimenticati di tutto ciò che io in questi anni ho realizzato?


E con quale faccia adesso chiedono che io lasci il partito e il governo? Chi sono loro? Quali sono i loro meriti? Che autorevolezza hanno? Cosa hanno realizzato, per sentirsi moralmente e politicamente autorizzati a sottoscrivere questo documento? Niente, non hanno realizzato mai un bel niente! Sanno solo fare panza e presenza e sottoscrivere buffonate, per servire i padroni di corte. Ed io, per questo, non li rispetto, né loro, né chi sta sopra di loro. Non li rispetto e non li rispetterò fin quando non riusciranno a produrre non già una qualche realizzazione (sarebbe chiedere troppo!), ma anche solo un’idea di realizzazione.

E, quanto alla loro richiesta, dopo quanto male ha fatto Miccichè e quanto bene hanno fatto loro… beh, lascio decidere a voi.

Gianfranco Micciché

martedì 13 ottobre 2009

Sicilia - Il Personaggio: Raffaele Lombardo, lo psichiatra della politica


Raffaele Lombardo che domina - e non è esagerato dire “domina” - la Sicilia, tanto per cominciare somministra l’alba di Catania agli uomini della sua ristretta cerchia. Per averla frequentata, seduti - o magari fermi e dimenticati in piedi, dentro la saletta a destra dell’ingresso di casa Lombardo - gli uomini più vicini al presidente della Regione Sicilia se la sono bevuta tutta l’alba, come un’orazione mattutina, fino a fregiarsene quale crisma. Verrebbe da dire che il potente re senza più viceré ama portarsi il lavoro a casa. E fatto sta che i primi e più fondamentali appuntamenti sono fissati non in segreteria, non nella sede istituzionale, ma a casa. E all’alba.

C’è sempre un fremito d’orgoglio che scuote e lusinga chi riceve l’invito direttamente da Lombardo per incontrarsi a casa. Ci si sente parte del circolo d’iniziati. E c’è tutto in quell’essere in qualche modo elevati nelle grazie del presidente, dentro il laborioso cerchio della fiducia, nella conta di quelle cinque dita di una sola mano, la sola mano che tiene in pugno le sorti dell’Isola remotissima. L’alba si porta via l’ultima luna quando sulla soglia del portone aperto di via Pacini - strada d’inarrivabile chic con le sue bancarelle e le bottegucce di strumenti musicali - c’è il carabiniere della tutela che fa cenno con gli occhi a dire insomma sì, si può salire. L’ospite, una volta ammesso dentro le mura - con tutto il comodo e tutto il tempo di ripassare a mente le cose indispensabili da dire e che non riuscirà mai a dire - consuma il rito. Le udienze che Lombardo concede ai suoi uomini, infatti, sono fatte di grandi silenzi e tentativi andati a vuoto per aprire un varco dentro l’immobilità artica dei suoi occhi.
Difficilmente Lombardo concede sguardi diretti ad una persona e non può certo dirsi che sia meglio farsi svuotare da una sua inesorabile occhiata. Ai tempi di quando era ancora presidente della provincia di Catania, nelle udienze accordate al terzo piano del centro direzionale di Nuova Luce, capitava sempre la scena dell’ospite dimenticato in una delle poltrone bianche sparse intorno a un lungo tavolo rettangolare a vetro. Poteva anche capitare che Lombardo, intento a graffiare con un pennarello sopra un grande block notes bianco posto sopra ad un cavalletto, desse per un poco le spalle all’ospite dicendogli: “La pittura mi rilassa”. Non certamente si rilassava l’interlocutore che, di fronte a così potente freddezza, sudando freddo, tra sé e sé scorreva rapidamente l’elenco di “maleparti” che - in maniera assolutamente involontaria, ci mancherebbe - aveva potuto fare al presidente. Ma ieri come oggi, nove volte su dieci, l’esame si risolve con un’assoluzione.
Ma è sempre un perdonare e un imperare quello di Lombardo e forse è tutta una tattica calcolata per aumentare il disagio nell’ospite. La stessa persona, infatti, incontrata tre o quattro giorni prima, è stata salutata dal presidente con trasporto (il trasporto lombardiano beninteso), per cui l’ospite già accarezza la quasi certezza di essere entrato nelle grazie del presidente, addirittura sente il “tu” ronzargli soave tra naso e baffo, una vicinanza elargita dal Presidente che dopo tre giorni tre dilaga nel gelo secco e sillabato: “Mi dica”.
Tra imperio e scampo, tra misericordia e perdono il malcapitato, giustamente, crepa. Pensa e ripensa. E rimugina. Nessuna “malaparte” può essere stata fatta per passare dal tu al lei, in appena tre giorni, e pensa, ripensa e rimugina fino a giungere alla conclusione di non aver fatto proprio niente. E tra perdono e imperio piove il panico
Perdono e imperio dunque. È una tecnica di Lombardo affinata negli anni per ricondurre le persone sotto il suo controllo le cui regole base, assai semplici, forse derivano dalla sua scienza, la psichiatria: fare sentire importanti, addirittura indispensabili, vicini, vicinissimi, i più vicini di tutti i tutti accorsi a lui e poi, improvvisamente, su ciascuno, di volta in volta, calare il sipario tagliente del “mi dica”.
E’ una tecnica affine all’etologia dove in luogo delle oche ci sono le persone messe in competizione nei propri ambiti e nelle proprie zone. Le une contro le altre, tutti contro tutti, con Lombardo, novello Konrad Lorenz, che se ne sta al centro della scena a dare l’imprinting ai palmipedi e così finalmente mediare, risolvere, accarezzare e bastonare. E poi ancora assicurare e accantonare. Promettendo il castigo, minacciando il perdono. L’ineffabile declinazione lombardiana del dividi et impera aggiunge un elemento di dipendenza psicologica. E più vengono trattati con distacco, più diventano dipendenti dallo sguardo di ghiacciolo dell’uomo che, bisogna pure dirlo, ha saputo costruire la sua fortuna politica sulla capacità di masticare uomini. Si fa presto a dire consenso poi, con gli alleati che non sanno se è meglio cavarsela diventandogli avversari e con gli antagonisti, specie quelli della sinistra, indecisi se farsi cooptare e non parlarne più. Durante le elezioni regionali - quelle che lo hanno incoronato a Palazzo D’Orleans, capo del governo siciliano - non c’era verso che riuscissero le manifestazioni della sua rivale, Anna Finocchiaro, per tutte le prudenze dei dirigenti del Partito democratico, sempre attenti a non fare “maleparti a Raffaele”.
Adesso che tutto è finito e non ci saranno elezioni per i prossimi cinque anni, adesso, bisognerà pure che qualcuno riconosca a Gianfranco Miccichè quando, in piena bagarre per la scelta del successore di Totò Cuffaro al trono di Palazzo D’Orleans, disse chiaro che la candidatura di Lombardo sarebbe stata la corda a cui il centrodestra siciliano si sarebbe impiccato. E va bene, ormai la corda è pronta. E bisogna partire da qui - dalla genesi della sua candidatura - per capire in che modo Lombardo sia diventato l’uomo più potente di Sicilia. Perché vi si ritrovano tutte le costituenti di una visione politica che è un misto tra l’istinto del predatore e la capacità quasi giocherellona (con rispetto parlando) di cogliere l’attimo, risolvendo la seppur minima contraddizione dell’avversario nello schermo capace di trasformare in forza maggiore le proprie debolezze. Lui è uomo che sa cavalcare gli eventi fino al punto da imprimere loro la direzione desiderata. Tutto voleva fare - voleva perfino fare il ministro - fuorché diventare il Presidente della Regione, ma vista la mala parata tra tante “maleparti” seppe assecondare il destino e giocare la partita sua.
Anche l’assecondare il destino è un metodo. Ogni volta che Lombardo deve scegliere una strada non ne esplicita il percorso. Comincia a seminare diversivi che distolgono gli occhi del competitor - sia esso un avversario, sia un amico - dal vero nocciolo della questione mentre intanto la tela del ragno si dipana con discrezione con l’attenzione di tutti rivolta verso un’altra direzione. Ogni suo ragionamento è certamente lineare ma c’è sempre qualcosa che poi entra in scena per nascondere il vero obiettivo. E’ una partita di poker giocata da adulti che sbagliano da professionisti o, per restare nel solco delle tradizione, un’Opera dei pupi con tutte le marionette in preda ad un capocomico bizzoso, uno che impone l’epilogo dando agli attori, smarriti tra gli ostacoli, l’illusione di avere scelto. Proprio nel momento in cui tutti pensano di avere il controllo assoluto della scena, ed è qui che Konrad Lorenz, capo delle papere, cede il passo a Luigi Pirandello.
E’ una vita che Lombardo fa questa vita. E’ una gigantesca e continua campagna elettorale dove dà il meglio di se stesso nella capacità di moltiplicare in modo esponenziale il consenso, anche attraverso la competizione imposta ai suoi uomini. L’invenzione delle liste civiche, partorite con le comunali di Catania del 2005, primo esperimento del Mpa, fu funzionale a questo gioco. Nelle ultime elezioni regionali, facciamo ad esempio, il movimento di Lombardo presenta tre diverse liste con diciotto candidati ciascuna, dunque un totale di cinquantaquattro candidati buttati in gara per conquistare i cinque o sei posti di deputato accreditati per il collegio di Catania. Da ciò deriva l’assalto al posto nelle liste. Uno spettacolo di varia umanità: per quattro giorni, aspiranti deputati - un’umanità di grassa scrematura, esclusi quindi dall’appuntamento a casa - vengono da tutte le province dell’Isola per accamparsi tra le scale e la sala d’aspetto del nuovo quartier generale di Via Pola, Catania, in attesa dell’arrivo del capo. Una volta ricevuti, ascoltati e congedati con la convinzione di essere stati accontentati, anche se già il giorno dopo collocati da tutta altra parte. O addirittura in attesa di collocazione. Raffaele Lombardo, l’uomo che da un ufficio del primo piano di Palazzo d’Orleans si ritrova a dominare la Sicilia (e non è esagerato, dire dominare) abita piazza della Indipendenza a Palermo. E’ l’uomo che adesso dovrà percorrere i centonovanta chilometri della Catania - Palermo, lui che era abituato a viaggiare con il solo autista della provincia, il signor Zappalà, fermandosi a raccogliere limoni nei giardini della Piana di Catania e ad alimentarsi a furia di caffè e spremute di arancia. E non è un caffè qualsiasi, beninteso, quello di Lombardo. Nello specifico, l’ortodossia prevede una miscela per metà normale e per metà decaffeinata, ma molto ristretto. Accorata la perorazione del commesso a palazzo di governo: “Presidente, il dolore di testa mi fa venire ogni volta che le devo fare il caffè”.
Piazza della Indipendenza di Palermo è importante ma non certo artistica ed elegante come quella esagonale di Grammichele, nella piana di Catania, città d’origine del nostro, la città detta degli “affucapatri”, ossia gli “strozzapadri”. E’ una piazza esagonale, sta al centro di un paese che è il centro del mondo, specificatamente quello del Presidente della Regione, il buen retiro dei fine settimana trascorsi - per le poche volte che succede - lontani dalla politica. E’ la piazza da dove è cominciato tutto. Dicono che il governatore, passeggiando per la piazza - piazza Roma si chiama - si metta a contare tutte le mattonelle del perimetro. Una conta inesorabile che a volte, per disdetta, è interrotta dalle solite telefonate e perciò subito ripresa fino a che l’infinitesimo mattone non viene prontamente enumerato. Un dettaglio questo, anzi, il segno di una personalità enigmatica. Sfugge alla logica e al giudizio di chi lo accompagna il passatempo ma questo suo giochino è forse il non detto che spiega il congegno di potere che Lombardo ha saputo costruire intorno alla sua spietata solitudine, quell’assoluto automatismo che lega le operazioni di costruzione e gestione del consenso, proprio come una progressione numerica dove il sei viene prima del sette e dopo il cinque, ma dove trenta fa pure trentuno.
E’ uomo umorale, Raffaele Lombardo, non lo si può negare. Solo in questo modo possono spiegarsi alcune sue scelte, soprattutto di uomini, che risultano incomprensibili ai più. A volte delle meteore e se Lombardo decide che una persona, un suo amico politico di vecchia data o di nuova conquista deve essere premiato, deve essere eletto (tornano sempre le elezioni) non c’è che fare. Oppure bocciato. Chiedere a Nino Amendolia da Riposto (...). I fatti sono dunque questi. Elezioni regionali del 2006. L’Amendolia decide di iniziare la campagna elettorale in grande stile al cinema Golden, Catania. Invita come ospite d’onore il leader autonomista, per aprire il comizio. Lombardo sale sul palco, e mentre parla memorizza le prime due file di ospiti, dove stavano seduti tutti i grandi elettori del deputato uscente. Risultato: tempo due giorni, furono tutti contattati dalla segreteria -per sostenere altri candidati, e Amendolia non venne eletto.
E’ per ragioni come queste che a Lombardo viene rimproverato di essere rimasto - facendo la tara al ghiacciolo - un leader giovanile: un ragazzo esuberante, refrattario agli schemi di partito e agli obblighi di segreteria, poco incline a fare parte di cordate e sempre pronto a mettere in discussione gli accordi. Un leader capace di crearsi spazi contro l’ordine costituito delle segreterie democristiane da sempre uguali in tutti gli angoli d’Italia. E quando viene preso per il ragazzaccio che è rimasto, perfino inaffidabile secondo il codice democristiano, si tratta del complimento migliore che gli si possa fare. L’autonomia è la fissazione con cui lui ha realizzato la patologia vivificatrice all’interno del corpaccione Dc, un’operazione eterodossa dentro un partito di governo e di potere che gli è riuscita attraverso la tempestiva inoculazione del migliore tra i virus possibili: la personificazione della politica. E proprio perché il potere come meccanismo produttivo del consenso è un’esperienza praticata da tutti, sarebbe prima che ingeneroso, sbagliato ai fluidi una analisi politica, ridurre l’irresistibile ascesa di Lombardo solo ad una questione di posti e clientele. Di trenta bisogna farne trentuno.
La scomparsa della sinistra e la marea crescente di consensi ottenuti dal Pdl crea un sistema di rapporti di forza all’interno della coalizione, allargata all’Udc, che rende meno autonomo il presidente autonomista. Meno nelle amministrazioni locali, province e comuni, in maniera più evidente dentro la maggioranza di Palazzo dei Normanni, dove il peso dei trentasei deputati eletti nelle liste del Popolo delle Libertà, non tarderà a farsi sentire.
All’evidenza dei fatti sembra il contrario. Ma in Sicilia l’evidenza, da sempre, copre i fatti, il re resterà senza viceré lasciando spazio alle interpretazioni degli stessi fatti, che finiscono per diventare più importanti della realtà. E così, tutti i segni, a differenza dei sogni, cominciano all’alba. In via Pacini. L.P.

sabato 10 ottobre 2009

CANTU SICILIANO ...

martedì 29 settembre 2009

Backstage dell'intervista - conversazione tra Raffaele Lombardo e Valentino Parlato



Nella storia d'Italia, specie nelle fasi di crisi, la Sicilia ha spesso anticipato gli esiti politici nazionali. Penso a Portella della Ginestra nel 1947 e poi al caso Milazzo. Un po' queste le ragioni che ci hanno spinto a chiedere un incontro con Raffaele Lombardo, presidente della Regione e appassionato sostenitore dell'autonomismo. L'incontro, nella mattina di giovedì 24 settembre, più che una classica intervista ha prodotto una conversazione, appassionata ripeto, ma anche un po' confusa. Chiedo scusa ai lettori.

C'è una crisi italiana, anche di Berlusconi (adulato e ricattato) che quando si vanta di aver governato più a lungo di De Gasperi non si rende conto (come anche i suoi avversari) che ciò accade solo perché siamo in una palude fangosa. Lei, Presidente, che dice?

E' come se oggi prevalesse una logica nuova che fa un po' pensare al milazzismo, che sconvolse gli equilibri politici e mandò in pezzi e in crisi tutti i partiti di allora. Anche la mafia non è più quella di allora, più dipendente dal potere centrale: pensate per quanto tempo Provenzano è stato libero di passeggiare nell’era dei sistemi tecnologicamente sofisticati di controllo del territorio.

Ma Silvio Milazzo aprì al centro sinistra

Sì, ma oggi la sinistra dov'è? Oggi, in Sicilia prevale, si percepisce – e io la sostengo – la spinta all'autonomismo rispetto al potere centrale, politico ed economico: il Sole 24 Ore di oggi fa un gran titolo sullo scontro Falck-Lombardo. Io sostengo questo autonomismo, assolutamente necessario rispetto al potere centrale: viene voglia di criticare anche Garibaldi e i suoi «mille».


(Portano il caffè e Lombardo, fingendo una faccia scura, si lamenta che nessuno di noi abbia voluto assaggiare il suo: il riferimento è a Repubblica).


Ma c'erano altre differenze al tempo di Milazzo

L'equilibrio politico era diverso. Allora non c'era l'elezione diretta del presidente della regione. In quelle condizioni sarei rimasto in carica non più di quindici giorni. Mi avrebbero fatto fuori senza pensarci due volte.

I nemici non mancano

Sono le nuove norme che mi difendono: se cado io si scioglie l'Ars e quindi «lor signori» anche esponenti di “un certo Pdl” cercano (finora senza successo) di riformare la legge per farmi fuori. Cercando vie normative incostituzionali. Piaccia o non piaccia allo stato attuale delle cose ci sono solo due modi di farmi fuori. La prima è quella delle dimissioni di 45 parlamentari e non credo che sia un'ipotesi realistica.

Altrimenti?

Ammazzarmi, ma non ho questo incubo. Lo ha solo la Repubblica con la balla dell'«assaggiatrice». Non mi sento un padreterno ma sento la necessità di rimediare ai gravissimi guai della Sicilia, visto che i siciliani mi hanno ingaggiato e ben retribuito per cinque anni.

Ma non siamo ai tempi di Milazzo. La vox populi dice che Lei è in una botte di ferro.

Infatti. Allora fu la Democrazia cristiana di Fanfani che corrompendo un po' di persone fece cadere Milazzo. Lei ricorderà i fratelli Salvo. Oggi non ci sono più.

Ma oggi gli uomini di Alfano (quello del «lodo») e Schifani sono contro di Lei e contro Micciché. E l'idea di un partito del Sud.

Certo, Alfano e Schifani sono contro di me e contro Micciché. Anche questa volta i partiti grossi (penso al Pdl) si sono spaccati. Il Pd sta dandoci una mano, ritenendo alcune riforme messe in campo utili per il sistema Sicilia, ma anche tra loro c'è una divaricazione profonda tra ex comunisti ed ex democristiani.

Ma che succede adesso nel Pd siciliano?

Ci sono tre candidati segretari: c'è Lupo ex sindacalista della Cisl. Poi c'è Lumia ex presidente della commissione antimafia, che rappresenta un'area autonomista e non fa riferimento a Franceschini, né a Bersani e neppure a Marino. Lupo fa riferimento a Franceschini mentre il candidato dell'area Bersani è Mattarella, figlio di Piersanti, che nasce da un accordo nazionale tra Bersani e la Bindi, che ha rinunziato al suo candidato Burtone.

La prospettiva è di un travaglio lungo?

Sì, che finirebbe domattina se facessi il presidente satrapo del potere romano: quello che sta in vacanza, che risponde signorsì, continua col clientelismo di favore e senza meritocrazia. Ho scelto la via più scomoda per me, lo avevo già annunciato anche in campagna elettorale: ho un solo padrone a cui rispondere il Popolo Siciliano.

Sul Giornale di Sicilia ho letto di un taglio di mille dirigenti.

Non si tratta di tagli. Il punto è che alla Regione servono 600 dirigenti anziché gli attuali 2000 e servono 5-6 mila dipendenti invece che 20.000. Insomma c'è stato nel passato un abuso di spreco clientelare. Ora io non penso – e forse non posso – ma soprattutto non voglio procedere a licenziamenti. Voglio e dovrò seguire la pratica dei prepensionamenti e dei tagli alle spese. Noi, in Sicilia, abbiamo un sistema sanitario che costa la metà dell'intero bilancio (8 miliardi e mezzo su 16). Pensi che per l'acquisizione dei farmaci, unificando le gare di acquisto, siamo riusciti a risparmiare, ancor prima della fase di riforma, 150 milioni di euro su un miliardo. E non si trattava solo di personale e medicinali: la Falck (lo scrive il Sole 24 Ore di giovedì) ci attacca e denuncia perché abbiamo fatto saltare un accordo per i termovalorizzatori assurdo: per utilizzare i termovalorizzatori che la Regione si era impegnata ad acquisire avremmo dovuto comprare rifiuti e spazzatura. Un piano rifiuti che non teneva conto della percentuale di diversificata che è necessaria per lo smaltimento corretto, come se si doveva bruciare tutto, ma non certamente nell’interesse dei siciliani. Si renda contro. Ora la Falck non cercherà di farmi pagare questa rottura con tutti i mezzi politici di cui nazionalmente dispone?

Un mio caro e vecchio amico mi dice di insistere sul che fare della Regione Sicilia con l'acqua, il nucleare e i termovalorizzatori.

Dei termovalorizzatori abbiamo già detto.

E la privatizzazione dell'acqua?

Purtroppo c'è la legge (nazionale) del 1994 che ha dato maggior potere ai privati.

Lei è per la privatizzazione dell'acqua?

L'acqua è un bene pubblico per eccellenza. Quel che si privatizza è il servizio e qui i guai sono tanti, come abbiamo già visto con i rifiuti.

E il nucleare?

Sul nucleare è che se mi dimostrano sicurezza e convenienza ci vuole un referendum popolare. Debbono decidere i siciliani e credo siano contrari. In ogni modo non voglio che si ripeta quel che si è fatto con le raffinerie di petrolio collocate in Sicilia e Sardegna e per le quali pago di più la benzina, non riscuoto le tasse, anche se previsto dal nostro Statuto, e mangio veleno da più di cinquant'anni. Allora dico no.

Lei ha dato un'intervista al Riformista e ora al Manifesto. Come mai questa propensione per la stampa di sinistra?

Ci pensi lei. In ogni modo non siete dalla parte della Falck.

Lei è a favore o contro il ponte sullo Stretto?

A favorissimo. Fare il ponte è come acquistare un abito di lusso; che ci obbliga a fare la doccia e profumarci, non restare puzzolenti. Si dovranno per forza di cose costruire infrastrutture consequenziali che senza il Ponte non si avrebbero, autostrade decenti e avere l'alta velocità per le ferrovie: oggi per andate da Catania a Palermo ci vogliono quatto ore e mezzo per solo 180 chilometri.

Ma non c'è il rischio di impuzzolentire anche l'abito di lusso?

Spero di no

Come la metterete con Berlusconi?

Dipende da quel che fa. Nel 2008 siglammo con lui un patto dell’alleanza politica nell’interesse del Sud, ci è sembrato allora più interessato verso le soluzioni che stanno a cuore ai meridionali rispetto al centrosinistra. Ma la verifica è quotidiana. Abbiamo di recente sollevato la proposta del partito del Sud e lui ha sbloccato i 5 miliardi dei Fas e addirittura parlato di piano Marshall. Vediamo se mantiene i patti, noi la verifica, come detto, la facciamo quotidianamente, in Sicilia come a Roma. Adesso pensiamo ad una fondazione culturale.

Perché non organizzate, magari in questo autunno, un grande convegno sulla questione meridionale oggi? Gramsci era meridionale.

Dobbiamo organizzare una specie di Cernobbio del Sud, possibilmente a Favignana, dove è stata restaurata la tonnara Florio. La questione meridionale non può essere degradata a corruzione e sperpero. E quanto allo sperpero in che misura esso va attribuito a rappresentanti di partiti nazionali, che quegli spreconi magari hanno promosso al Senato o alla Camera. Qui bisogna mettere in evidenza il valore dell'autonomismo meridionale. E' dai tempi di Verre che il sud è stato considerato colonia.

Le segnalo un ottimo libro di Francesco Maria Pezzulli che racconta la novità del sud, cioè l'emigrazione delle persone qualificate (già segnalato dalla Svimez). Se ne vanno per trovare un lavoro qualificato e per il rifiuto di sottoporsi alla protezione di un padrino. Per battere la mafia bisogna dare a me giovane siciliano, la possibilità di un buon lavoro senza raccomandazioni.

A questo deve pensare la politica. Forse anche questa nostra conversazione sarà intercettata. Enormi sono i mezzi di controllo, ma proprio per questo come è masi possibile che Provenzano, anziano signore più o meno malato, si aggiri per le campagne del palermitano senza che nessuna autorità se ne accorga? La mafia oggi è meno autonoma e potente.

Ma se volessi farmi eleggere parlamentare, consigliere comunale o che altro in Sicilia, dovrei rivolgermi necessariamente alla mafia

Niente affatto. Deve rivolgersi al padrone romano che lo piazzi al primo posto nella lista bloccata.

Insomma la mafia è emigrata a Roma?

Non rispondo.

Per concludere, questa volta neppure dalla Sicilia viene il segno di un possibile futuro.

Punto sull'autonomismo e, forse, su un'altra Italia nell'orizzonte nuovo della globalizzazione.

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