martedì 13 ottobre 2009

Sicilia - Il Personaggio: Raffaele Lombardo, lo psichiatra della politica


Raffaele Lombardo che domina - e non è esagerato dire “domina” - la Sicilia, tanto per cominciare somministra l’alba di Catania agli uomini della sua ristretta cerchia. Per averla frequentata, seduti - o magari fermi e dimenticati in piedi, dentro la saletta a destra dell’ingresso di casa Lombardo - gli uomini più vicini al presidente della Regione Sicilia se la sono bevuta tutta l’alba, come un’orazione mattutina, fino a fregiarsene quale crisma. Verrebbe da dire che il potente re senza più viceré ama portarsi il lavoro a casa. E fatto sta che i primi e più fondamentali appuntamenti sono fissati non in segreteria, non nella sede istituzionale, ma a casa. E all’alba.

C’è sempre un fremito d’orgoglio che scuote e lusinga chi riceve l’invito direttamente da Lombardo per incontrarsi a casa. Ci si sente parte del circolo d’iniziati. E c’è tutto in quell’essere in qualche modo elevati nelle grazie del presidente, dentro il laborioso cerchio della fiducia, nella conta di quelle cinque dita di una sola mano, la sola mano che tiene in pugno le sorti dell’Isola remotissima. L’alba si porta via l’ultima luna quando sulla soglia del portone aperto di via Pacini - strada d’inarrivabile chic con le sue bancarelle e le bottegucce di strumenti musicali - c’è il carabiniere della tutela che fa cenno con gli occhi a dire insomma sì, si può salire. L’ospite, una volta ammesso dentro le mura - con tutto il comodo e tutto il tempo di ripassare a mente le cose indispensabili da dire e che non riuscirà mai a dire - consuma il rito. Le udienze che Lombardo concede ai suoi uomini, infatti, sono fatte di grandi silenzi e tentativi andati a vuoto per aprire un varco dentro l’immobilità artica dei suoi occhi.
Difficilmente Lombardo concede sguardi diretti ad una persona e non può certo dirsi che sia meglio farsi svuotare da una sua inesorabile occhiata. Ai tempi di quando era ancora presidente della provincia di Catania, nelle udienze accordate al terzo piano del centro direzionale di Nuova Luce, capitava sempre la scena dell’ospite dimenticato in una delle poltrone bianche sparse intorno a un lungo tavolo rettangolare a vetro. Poteva anche capitare che Lombardo, intento a graffiare con un pennarello sopra un grande block notes bianco posto sopra ad un cavalletto, desse per un poco le spalle all’ospite dicendogli: “La pittura mi rilassa”. Non certamente si rilassava l’interlocutore che, di fronte a così potente freddezza, sudando freddo, tra sé e sé scorreva rapidamente l’elenco di “maleparti” che - in maniera assolutamente involontaria, ci mancherebbe - aveva potuto fare al presidente. Ma ieri come oggi, nove volte su dieci, l’esame si risolve con un’assoluzione.
Ma è sempre un perdonare e un imperare quello di Lombardo e forse è tutta una tattica calcolata per aumentare il disagio nell’ospite. La stessa persona, infatti, incontrata tre o quattro giorni prima, è stata salutata dal presidente con trasporto (il trasporto lombardiano beninteso), per cui l’ospite già accarezza la quasi certezza di essere entrato nelle grazie del presidente, addirittura sente il “tu” ronzargli soave tra naso e baffo, una vicinanza elargita dal Presidente che dopo tre giorni tre dilaga nel gelo secco e sillabato: “Mi dica”.
Tra imperio e scampo, tra misericordia e perdono il malcapitato, giustamente, crepa. Pensa e ripensa. E rimugina. Nessuna “malaparte” può essere stata fatta per passare dal tu al lei, in appena tre giorni, e pensa, ripensa e rimugina fino a giungere alla conclusione di non aver fatto proprio niente. E tra perdono e imperio piove il panico
Perdono e imperio dunque. È una tecnica di Lombardo affinata negli anni per ricondurre le persone sotto il suo controllo le cui regole base, assai semplici, forse derivano dalla sua scienza, la psichiatria: fare sentire importanti, addirittura indispensabili, vicini, vicinissimi, i più vicini di tutti i tutti accorsi a lui e poi, improvvisamente, su ciascuno, di volta in volta, calare il sipario tagliente del “mi dica”.
E’ una tecnica affine all’etologia dove in luogo delle oche ci sono le persone messe in competizione nei propri ambiti e nelle proprie zone. Le une contro le altre, tutti contro tutti, con Lombardo, novello Konrad Lorenz, che se ne sta al centro della scena a dare l’imprinting ai palmipedi e così finalmente mediare, risolvere, accarezzare e bastonare. E poi ancora assicurare e accantonare. Promettendo il castigo, minacciando il perdono. L’ineffabile declinazione lombardiana del dividi et impera aggiunge un elemento di dipendenza psicologica. E più vengono trattati con distacco, più diventano dipendenti dallo sguardo di ghiacciolo dell’uomo che, bisogna pure dirlo, ha saputo costruire la sua fortuna politica sulla capacità di masticare uomini. Si fa presto a dire consenso poi, con gli alleati che non sanno se è meglio cavarsela diventandogli avversari e con gli antagonisti, specie quelli della sinistra, indecisi se farsi cooptare e non parlarne più. Durante le elezioni regionali - quelle che lo hanno incoronato a Palazzo D’Orleans, capo del governo siciliano - non c’era verso che riuscissero le manifestazioni della sua rivale, Anna Finocchiaro, per tutte le prudenze dei dirigenti del Partito democratico, sempre attenti a non fare “maleparti a Raffaele”.
Adesso che tutto è finito e non ci saranno elezioni per i prossimi cinque anni, adesso, bisognerà pure che qualcuno riconosca a Gianfranco Miccichè quando, in piena bagarre per la scelta del successore di Totò Cuffaro al trono di Palazzo D’Orleans, disse chiaro che la candidatura di Lombardo sarebbe stata la corda a cui il centrodestra siciliano si sarebbe impiccato. E va bene, ormai la corda è pronta. E bisogna partire da qui - dalla genesi della sua candidatura - per capire in che modo Lombardo sia diventato l’uomo più potente di Sicilia. Perché vi si ritrovano tutte le costituenti di una visione politica che è un misto tra l’istinto del predatore e la capacità quasi giocherellona (con rispetto parlando) di cogliere l’attimo, risolvendo la seppur minima contraddizione dell’avversario nello schermo capace di trasformare in forza maggiore le proprie debolezze. Lui è uomo che sa cavalcare gli eventi fino al punto da imprimere loro la direzione desiderata. Tutto voleva fare - voleva perfino fare il ministro - fuorché diventare il Presidente della Regione, ma vista la mala parata tra tante “maleparti” seppe assecondare il destino e giocare la partita sua.
Anche l’assecondare il destino è un metodo. Ogni volta che Lombardo deve scegliere una strada non ne esplicita il percorso. Comincia a seminare diversivi che distolgono gli occhi del competitor - sia esso un avversario, sia un amico - dal vero nocciolo della questione mentre intanto la tela del ragno si dipana con discrezione con l’attenzione di tutti rivolta verso un’altra direzione. Ogni suo ragionamento è certamente lineare ma c’è sempre qualcosa che poi entra in scena per nascondere il vero obiettivo. E’ una partita di poker giocata da adulti che sbagliano da professionisti o, per restare nel solco delle tradizione, un’Opera dei pupi con tutte le marionette in preda ad un capocomico bizzoso, uno che impone l’epilogo dando agli attori, smarriti tra gli ostacoli, l’illusione di avere scelto. Proprio nel momento in cui tutti pensano di avere il controllo assoluto della scena, ed è qui che Konrad Lorenz, capo delle papere, cede il passo a Luigi Pirandello.
E’ una vita che Lombardo fa questa vita. E’ una gigantesca e continua campagna elettorale dove dà il meglio di se stesso nella capacità di moltiplicare in modo esponenziale il consenso, anche attraverso la competizione imposta ai suoi uomini. L’invenzione delle liste civiche, partorite con le comunali di Catania del 2005, primo esperimento del Mpa, fu funzionale a questo gioco. Nelle ultime elezioni regionali, facciamo ad esempio, il movimento di Lombardo presenta tre diverse liste con diciotto candidati ciascuna, dunque un totale di cinquantaquattro candidati buttati in gara per conquistare i cinque o sei posti di deputato accreditati per il collegio di Catania. Da ciò deriva l’assalto al posto nelle liste. Uno spettacolo di varia umanità: per quattro giorni, aspiranti deputati - un’umanità di grassa scrematura, esclusi quindi dall’appuntamento a casa - vengono da tutte le province dell’Isola per accamparsi tra le scale e la sala d’aspetto del nuovo quartier generale di Via Pola, Catania, in attesa dell’arrivo del capo. Una volta ricevuti, ascoltati e congedati con la convinzione di essere stati accontentati, anche se già il giorno dopo collocati da tutta altra parte. O addirittura in attesa di collocazione. Raffaele Lombardo, l’uomo che da un ufficio del primo piano di Palazzo d’Orleans si ritrova a dominare la Sicilia (e non è esagerato, dire dominare) abita piazza della Indipendenza a Palermo. E’ l’uomo che adesso dovrà percorrere i centonovanta chilometri della Catania - Palermo, lui che era abituato a viaggiare con il solo autista della provincia, il signor Zappalà, fermandosi a raccogliere limoni nei giardini della Piana di Catania e ad alimentarsi a furia di caffè e spremute di arancia. E non è un caffè qualsiasi, beninteso, quello di Lombardo. Nello specifico, l’ortodossia prevede una miscela per metà normale e per metà decaffeinata, ma molto ristretto. Accorata la perorazione del commesso a palazzo di governo: “Presidente, il dolore di testa mi fa venire ogni volta che le devo fare il caffè”.
Piazza della Indipendenza di Palermo è importante ma non certo artistica ed elegante come quella esagonale di Grammichele, nella piana di Catania, città d’origine del nostro, la città detta degli “affucapatri”, ossia gli “strozzapadri”. E’ una piazza esagonale, sta al centro di un paese che è il centro del mondo, specificatamente quello del Presidente della Regione, il buen retiro dei fine settimana trascorsi - per le poche volte che succede - lontani dalla politica. E’ la piazza da dove è cominciato tutto. Dicono che il governatore, passeggiando per la piazza - piazza Roma si chiama - si metta a contare tutte le mattonelle del perimetro. Una conta inesorabile che a volte, per disdetta, è interrotta dalle solite telefonate e perciò subito ripresa fino a che l’infinitesimo mattone non viene prontamente enumerato. Un dettaglio questo, anzi, il segno di una personalità enigmatica. Sfugge alla logica e al giudizio di chi lo accompagna il passatempo ma questo suo giochino è forse il non detto che spiega il congegno di potere che Lombardo ha saputo costruire intorno alla sua spietata solitudine, quell’assoluto automatismo che lega le operazioni di costruzione e gestione del consenso, proprio come una progressione numerica dove il sei viene prima del sette e dopo il cinque, ma dove trenta fa pure trentuno.
E’ uomo umorale, Raffaele Lombardo, non lo si può negare. Solo in questo modo possono spiegarsi alcune sue scelte, soprattutto di uomini, che risultano incomprensibili ai più. A volte delle meteore e se Lombardo decide che una persona, un suo amico politico di vecchia data o di nuova conquista deve essere premiato, deve essere eletto (tornano sempre le elezioni) non c’è che fare. Oppure bocciato. Chiedere a Nino Amendolia da Riposto (...). I fatti sono dunque questi. Elezioni regionali del 2006. L’Amendolia decide di iniziare la campagna elettorale in grande stile al cinema Golden, Catania. Invita come ospite d’onore il leader autonomista, per aprire il comizio. Lombardo sale sul palco, e mentre parla memorizza le prime due file di ospiti, dove stavano seduti tutti i grandi elettori del deputato uscente. Risultato: tempo due giorni, furono tutti contattati dalla segreteria -per sostenere altri candidati, e Amendolia non venne eletto.
E’ per ragioni come queste che a Lombardo viene rimproverato di essere rimasto - facendo la tara al ghiacciolo - un leader giovanile: un ragazzo esuberante, refrattario agli schemi di partito e agli obblighi di segreteria, poco incline a fare parte di cordate e sempre pronto a mettere in discussione gli accordi. Un leader capace di crearsi spazi contro l’ordine costituito delle segreterie democristiane da sempre uguali in tutti gli angoli d’Italia. E quando viene preso per il ragazzaccio che è rimasto, perfino inaffidabile secondo il codice democristiano, si tratta del complimento migliore che gli si possa fare. L’autonomia è la fissazione con cui lui ha realizzato la patologia vivificatrice all’interno del corpaccione Dc, un’operazione eterodossa dentro un partito di governo e di potere che gli è riuscita attraverso la tempestiva inoculazione del migliore tra i virus possibili: la personificazione della politica. E proprio perché il potere come meccanismo produttivo del consenso è un’esperienza praticata da tutti, sarebbe prima che ingeneroso, sbagliato ai fluidi una analisi politica, ridurre l’irresistibile ascesa di Lombardo solo ad una questione di posti e clientele. Di trenta bisogna farne trentuno.
La scomparsa della sinistra e la marea crescente di consensi ottenuti dal Pdl crea un sistema di rapporti di forza all’interno della coalizione, allargata all’Udc, che rende meno autonomo il presidente autonomista. Meno nelle amministrazioni locali, province e comuni, in maniera più evidente dentro la maggioranza di Palazzo dei Normanni, dove il peso dei trentasei deputati eletti nelle liste del Popolo delle Libertà, non tarderà a farsi sentire.
All’evidenza dei fatti sembra il contrario. Ma in Sicilia l’evidenza, da sempre, copre i fatti, il re resterà senza viceré lasciando spazio alle interpretazioni degli stessi fatti, che finiscono per diventare più importanti della realtà. E così, tutti i segni, a differenza dei sogni, cominciano all’alba. In via Pacini. L.P.