venerdì 22 aprile 2011

ANOMALIE E STRANEZZE NEL PROCESSO GARIBALDI DEGLI AMICI CATANESI DI ANGELINO ALFANO: FIRRARELLO


…E lui si lamentava che quelli che si erano presi i soldi erano fuori, che erano…erano delle…dell’allora CCD, credo. Mi disse il nome: Firrarello. Non mi ricordo. O’…’Onorevoli’, in sostanza, c’erano mischiati. E…’Onorevoli’ anche Regionali…” Parole di Calogero Pulci, il collaboratore di giustizia, uomo di fiducia di uno dei capi di “Cosa Nostra”, “Piddu” Madonia, personaggio di spicco e ritenuto attendibile da numerose Procure in tutt’Italia e in numerosi processi, compreso quello per le stragi del ’92, “scomparso”, però, a Catania dall’inchiesta sullo scandalo del nuovo ospedale “Garibaldi”. Pulci riferisce quanto gli disse, in carcere, Valerio Infantino, altro personaggio di punta dell’inchiesta “Garibaldi”, per il suo ruolo di commissario straordinario all’Iacp di Catania.
“Sud” pubblica il verbale -risalente al 21 novembre 2000 al “Pagliarelli” di Palermo e firmato dai Procuratori Mario Busacca, all’epoca capo dell’ufficio, Vincenzo D’Agata e Amedeo Bertone- “sparito” dagli atti dell’inchiesta della Procura della Repubblica di Catania: ne avevamo parlato nello scorso numero del nostro giornale, adesso abbiamo i documenti. E le carte “parlano”. Da sole. Forse, per caso, per questo sono state nascoste?
Di strano non c’è solo la “sorte” del verbale di Pulci: leggendo i documenti, si nota che, nel verbale riassuntivo, quello redatto in forma sintetica, è scritto: “…L’Infantino si lamentava perché, a suo dire, quelli che avevano preso veramente i soldi erano fuori, mentre lui che aveva avuto pochi spiccioli era finito in carcere. A quanto mi fece capire, il grosso della tangente era andata a finire, mi pare abbia detto, all’on. Firrarello, del C.C.D.” Insomma, nel verbale integrale, con le dichiarazioni, parola per parola, di Pulci è scritto “mi disse il nome: Firrarello…”, invece in quello in forma riassuntiva si legge “A quanto mi fece capire…” Non proprio la stessa cosa. Precisiamo subito che il senatore Pino Firrarello, sindaco di Bronte, in primo grado è stato condannato per turbativa d’asta aggravata dall’aver Dal verbale "scomparso" uno spaccato della malapolitica fatta di tangenti e mafia agevolato o favorito Cosa Nostra, nello specifico per “Cogeco” di Randazzo. In appello, è maturata -a dire dell’Accusa- la prescrizione. Altre accuse sono cadute in primo grado. Nel verbale, Pulci parla, in particolare, dell’appalto del Tavoliere, il complesso residenziale per studenti mai realizzata- al centro, assieme al nuovo ospedale, dell’inchiesta “Garibaldi”. A parlargliene è Valerio Infantino, quando si trova con lui in carcere, a Termini Imprese. Suo cugino Ignazio era stato segretario comunale a Sommatino, comune dove Pulci era stato consigliere e assessore ai lavori pubblici per il Pli. In carcere, Valerio Infantino era arrivato per essere stato arrestato su richiesta della Procura della Repubblica di Palermo. Catania, come tante volte, arriverà dopo… Chi si era opposto ad Infantino e ai trucchi sugli appalti del “Garibaldi”, ’avv. Francesco Messineo, direttore generale dell’Iacp, era stato già licenziato. Con il contributo della magistratura requirente di Catania, un “muro di gomma” contro le decine di esposti e denunce di Messineo. Eppure, l’avvocato aveva ragione. Le sue parole sono diventate verità guidiziaria, a cominciare proprio dagli appalti truccati del “Garibaldi”.
Quando Infantino entra in carcere è il dicembre del 1997. Cosa racconta Infantino a Pulci? Così dice a verbale il collaboratore di giustizia: “…nel raccontarmi la storia, mi racconta, anche, la storia dell’imbroglio. L’imbroglio quale stava: che era stato sperimentato e collaudato in tante gare, e è inattacabile! Perché: per aggiudicarsi una gara…c’è il gioco delle buste, dei ribassi, eccetera, eccetera…Siccome, ormai, era…mancava solo la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale, di..che era di dominio pubblico tutto questo intrallazzo, per importi di così grandi valori; di cinquantamiliardi e più, per non dare troppo all’occhio che cosa si faceva: si invitava una ditta. La ditta che si doveva aggiudicare la gara veniva esclusa, in sede di gara, con un cavillo tecnico: quello che era escluso, Duttù, era quello che si aggiudicava la gara! Perché: faceva ricorso al T.A.R., il T.A.R. la riammetteva e, e…e la..e il ribasso più vicino era quello della impresa riammessa: e si aggiudicava la gara. Infantino, che presiedette quella gara, per essere ancora più scrupoloso, fece ricorso al …al C.G.A., al Consiglio di Giustizia Amministrativa! Cioè alla Cassazione del T.A.R. per dimostrare che lui…Ma, lui lo…lo sapeva! Ha preso i soldi per quello!” Il riferimento è alla gara per il “Tavoliere”. Pulci prosegue: “Ma, ci dissi, ‘ma almenu assai ti pigliasti!?’ Mi dissi: ‘Zitti: Cu’ quattru sordi, dici, mi…mi liquidaru a mia e gghià finìi n’galera!”
Infantino si lamenta: lui ha preso “quattru sordi”, mentre “…quelli che si erano presi i soldi erano fuori, che erano…erano delle…dell’allora CCD, credo. Mi disse il nome: Firrarello. Non mi ricordo. O’ …’Onorevoli, in sostanza, c’erano mischiati. E…’Onorevoli’ anche Regionali. Perché, poi, Valerio Infantino, stava facendo politica, pure: stava cercando di coalizzarsi. Pulci racconta anche dei rapporti con la mafia: “Infantino aveva avuto rapporti con un ‘mafioso’ che era vicino a Angelo Siino. Me lo disse, lui, il nome…non me lo ricordo, però, onestamente! Che…che questo ‘mafioso’ garantiva il ‘dovuto’ all’Infantino.” Aggiunge il collaboratore: “…E Infantino aveva ‘un amico –me l’ha detto cinquanta volte perché lo chiamava ‘N’fami’ chè lo aveva fatto arrestare quell’amico suo- che era ‘amico di Angelo Siino’ “. Pulci parla anche di Vincenzo Randazzo, al centro con l’impresa Cogeco” dello scandalo “Garibaldi” (è stato condannato in primo grado, così come Valerio Infantino, per turbativa d’asta aggravata dall’aver favorito o agevolato la mafia). Randazzo? “Appoggiato di ‘Cosa Nostra’ è!!” dichiara a verbale il collaboratore che aggiunge: “Comunque Randazzo non è l’ultimo dei vichinghi: è appoggiato sia politicamente che in ‘Cosa Nostra’ “ Pulci parla anche del progetto di “lupara bianca” nei confronti del figlio dell’allora Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, attualmente Procuratore Generale a Catania. “…Il progetto era finalizzato, a questo fatto, in breve termine. Glielo definisco: che si doveva prendere, ammazzarlo immediatamente e MAFIAVENERDÌ 25 MARZO 2011 | Pagina 7 Il collaboratore di giustizia Calogero Pulci rivela quanto gli disse in carcere l'ex commissario IACP Valerio Infantino sull'appalto del "Tavoliere" seppellirlo subito. Poi cercare, per, per ottenere la liberazione, tramite trattativa, di fare dimettere dalla Magistratura – no dalla carica di Procuratore o dal Distretto!?- da Magistrato il Dottore Tinebra se voleva vedere il figlio vivo: questo è il progetto…” Altri due episodi rilevanti sono descritti nel verbale dell’ “autista” di Madonia: gli omicidi di Luigi Ilardo e di Lorenzo Vaccaro e Francesco Carrubba. Del primo, Pulci dice di avere avuto notizie quando era in carcere. Ilardo, della famiglia Madonia, venne ucciso il 10 maggio del 1996, in centro, a Catania. Era divenuto confidente del colonnello dei carabinieri Michele Riccio. La prima persona che gli parla di Ilardo nel racconto di Pulci- è, nel marzo 1997, Domenico Vaccaro, fratello di quel Lorenzo ucciso nel 1998. Vaccaro, in quel periodo, era un “pezzo da novanta” di Cosa Nostra: vice rappresentante provinciale di Caltanissetta. E cosa racconta Vaccaro a Pulci? Con disappunto e incredulità che Ilardo era stato un confidente dei carabinieri e che proprio per causa sua erano stati arrestati lui stesso, Totò Fragapane e altri uomini d’onore. La “famiglia” di Caltanissetta, da tempo, sospettava un “tradimento” di Ilardo: dubbi fatti trapelare presso la “famiglia” catanese, che a sua volta sospettava anche del medesimo. “Sempre a dire del Vaccaro ad un certo momento i catanesi -è scritto nel verbale riassuntivo- ebbero la certezza dell’infedeltà dell’Ilardo, allorché non ebbero dubbi che quest’ultimo si era indebitamente appropriato della somma di cinque - settecento milioni provenienti dalle ACCIAIERIE MEGARA. Per tale motivo essi chiesero il permesso di ucciderlo al Madonia, il quale lo accordò senza alcuna perplessità, dal momento che gli era ormai chiara l’inaffidabilità dell’Ilardo…” Ha scritto il prof. Tranfaglia, professore emerito di storia dell’Europa e del Giornalismo all’Università di Torino, su “Articolo21”, con riferimento al colonnello Riccio: “…Ricorda che Ilardo, subito dopo aver annunciato ai magistrati Tinebra e Caselli di volersi costituire e collaborare con la giustizia, era stato ucciso da due sicari grazie al fatto che proprio dagli investigatori era stata diffusa la notizia della sua decisione e si era perduta una voce preziosa che molto poteva dire sugli ultimi anni dei delitti e delle imprese di Cosa Nostra non soltanto in Sicilia”.
Il “caso Ilardo” è collegato anche al mancato arresto di Bernardo Provenzano, il 31 ottobre del 1995, in una cascina a Mezzojuso. Ilardo era riuscito ad avere l’informazione infiltrandosi. Ma nessuna operazione scattò. Per questo episodio il generale dei Ros Mario è sotto processo -per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra- a Palermo insieme al capitano Mario Obinu. Ricci ha ricordato, altresì, come i nomi dei politici fatti da Ilardo venissero in seguito “stralciati” nella stesura del documento “Grande Oriente” proprio su richiesta di Mori. Uno fra tutti, quello di Marcello Dell’Utri. Ilardo aveva parlato esplicitamente di un contatto tra Provenzano e Dell’Utri, «l’uomo dell’entourage di Berlusconi», e di un «progetto politico», la nascita di Forza Italia, che interessava ai vertici della Cupola mafiosa. Sull’omicidio di Lorenzo Vaccaro e Francesco Carrubba, avvenuto il 29 gennaio 1998, Pulci dichiara a verbale di averne parlato con Francesco La Rocca, “rappresentante” della “famiglia” di Caltagirone e con Pino Cammarata, “rappresentante” della “famiglia” di Riesi che si contrapponeva a “Piddu” Madonia. “Il La Rocca mi disse che, facendo uccidere il Vaccaro, aveva fatto una cortesia a Pino Cammarata, su richiesta di quest’ultimo. Il La Rocca mi precisò che il Vaccaro era stato ucciso perché si ‘fregava’ i soldi di tutti i paesi. In verità a me, invece, risultava che il Vaccaro raccoglieva i soldi delle estorsioni e li consegnava regolarmente alla sorella e alla moglie del Madonia…”. L’episodio -secondo altra “lettura”, in particolare emersa nel procedimento “Orione”- sarebbe da collegarsi alla guerra di mafia fra “moderati”, cioè Santapaola- Madonia-Provenzano e “stragisti” rappresentati da Vito Vitale, da Totò Riina e Santo Mazzei. Al di là delle parole di Pulci, da noi “scoperte”, resta una domanda: ma perché la Procura di Catania non ha allegato il verbale all’inchiesta “Garibaldi”?