giovedì 31 marzo 2011

IBLIS: i contorni

Quella che vogliamo riferire è una storia grottesca, una delle tante che accadono
in Italia, in generale, ed in Sicilia in particolare, una storia dai contorni controversi,dove assieme alle cose evidenti vengono mischiate altre storie tirate dentro con forzatura decisa, sicuramente non per sopruso di qualcuno in particolare, o per dolo,piuttosto per un peccato di connivenza sociale, che in una società pervasa da atteggiamenti e retropensieri sofistici come la nostra diventa normalità.
La mafia in Sicilia viene spesso messa dentro e dovunque, a volte fa comodo a coloro i quali vorrebbero la nostra terra vessata più di quanto non lo sia già, e lungi da noi affermare che  non esiste, c’è eccome, ma ricorrentemente viene tirata in ballo per complicità ambientale, collazionando allo scopo asserzioni che questi delinquenti, che non definiremmo mafiosi ritenendo la mafia “cosa” di altro spessore, affermano per darsi un tono con l’interlocutore di turno, per mostrarsi forti, sicuri, per dare dimostrazione che riescono a parlare di tutto e controllare ogni cosa che accada o accadrà, palesando così una autoconvinzione inconscia di esseri inferiori, per cultura, per intelligenza ed anche per condizione sociale. E gli interlocutori stessi che mostrano rispetto nei confronti di questi, che sono persone normalissime ma stupide, sbagliano a dare loro credito oltre che rispettoso timore.
Abbiamo premesso ciò perché in queste settimane, assistiamo ad una campagna mediatica strana, come se ci fosse una regia occulta, un invisibile filo che collega voci amplificate a notizie che se non sono false risultano almeno fuori tema, e tutto questo ci ha incuriosito a tal punto che abbiamo voluto anche ascoltare il controcanto, e addentrandoci nella notizia, leggendo carte e documenti, scoprendo profili inusitati del fatto stesso.
Parliamo del caso dell’ing. Mariano Incarbone, imprenditore catanese, coinvolto nell’operazione IBLIS, oggetto di numerosi recenti articoli apparsi sull’Espresso, su S, su Live Sicilia e in ultimo su Sud Press, descritto come il grande affarista in rapporto sinallagmatico con la mafia che non solo dominava la scena dei grandi appalti catanesi, ma si spingeva a condizionare anche le commesse estere, collegato anche alla politica e al Presidente Lombardo, (ma essendo imparentato col sen. Firrarello questo ci sembra difficile), una potenza, e  come conseguenza finale oggi la propria impresa è fallita. Ottimi affari quindi.
Tutto il summenzionato teorema rifilatoci in questi mesi viene, proprio oggi, smentito dalla pubblicazione delle motivazioni del Tribunale del riesame, che già nell’udienza del 23 novembre scorso aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare ordinandone l’immediata scarcerazione. Evidenziamo solo che Incarbone è stato l’unico imputato dell’operazione Iblis rimesso in libertà dal Tribunale che viceversa ha respinto  altre istanze.
Incontriamo Incarbone per capire meglio tutto il quadro ed invece di parlare, lo stesso, ci consegna l’ordinanza de quo con le motivazioni del Tribunale del riesame.
“Coglie nel segno la richiesta di riesame affidata al centrale rilievo che nel caso che ci occupa i riferimenti all’Incarbone di cui alle conversazioni richiamate nell’ordinanza (di custodia cautelare del GIP ndr) non sono gravemente indiziari di un apporto del predetto indagato che abbia spiegato un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione e del rafforzamento delle capacità operative dell’associazione, ma al contrario militano nel senso di una mancata adesione da parte dell’imprenditore alle richieste e alle aspettative mafiose”.
Questo quello che scrive il Tribunale nei confronti di Incarbone, smontando, nel corso delle motivazioni dell’annullamento, punto per punto tutto il costrutto del GIP, non tralasciandone alcuno. Tutti cassati.
E conclude, il Tribunale: “Gli indizi analizzati, a seguito di unitario apprezzamento, non assicurano in definitiva, nemmeno a seguito dell’arricchimento del compendio indiziario, una specifica previsione di colpevolezza dell’indagato in termini di probabilità alta, di un contributo stabile, sistematico, proficuo per la consorteria che ne abbia rafforzato le capacità operative, sì da potersi ritenere, così come ipotizzato dall’accusa, il concorso esterno in associazione mafiosa, secondo lo schema giustificativo e il protocollo metodologico di accertamento del nesso causale di Cass. 12/7/2005 Mannino, vincolante anche per il giudice dell’impugnazione cautelare”.
Una precoce sentenza di assoluzione questa? Il Tribunale stesso l’ha ritenuta vincolante rispetto alla giurisprudenza dell’Alta Corte. E se fosse così chi risarcirebbe Incarbone dagli enormi danni subiti? Dalle invettive dell’informazione, che però legittimamente esercita il proprio mestiere?
L’avv. Rosario Pennisi, difensore di Incarbone, presente all’incontro, ci sottolinea quanto da lui sostenuto nelle memorie difensive, cioè,  che gli indizi che hanno portato all’arresto del difeso sono “frutto di un collage creato ad arte dagli organi inquirenti”. Certamente soddisfatto per avere smontato l’indimostrabile.
Ma andando adesso all’avventura Libica dell’imprenditore catanese, quella descritta dai media summenzionati, vorremmo capire meglio e chiediamo se fosse vero che su segnalazione del Presidente della Regione al Premier Berlusconi lo stesso abbia fatto lavori nel paese africano, nell’ambito degli accordi bilaterali Italia-Libia. Accenna solamente che state altre le imprese (non ci dice i nomi) che hanno costruito strade e parcheggi per milioni di commesse, ma questo dato è facilmente riscontrabile. Incarbone ci dice unicamente che non ha mai fatto alcun lavoro in quel paese, ma che si era preparato ad alcune iniziative costituendo una società a Tripoli, rimasta inattiva.
Questo è quanto dovevamo per ragioni di curiosità e di verità…. Continueremo ad approfondire meglio i contorni della vicenda. Ritorneremo, per farlo parlare non solo del “contorno” ma anche dell’antipasto.