domenica 29 marzo 2009

PdL - Berlusconi : Un Uomo Solo al Comando

Ci aspettavamo di più. La nascita del più grande partito della storia repubblicana era atteso come un evento storico, preludio di un cambiamento politico risolutivo rispetto ad una transizione tra un sistema e l’altro, che dura ormai dal 1994. La cosiddetta seconda repubblica non è mai nata.

Adesso ci si prova con il bipartitismo,  rimarrebbero solo le forze autonomiste territoriali.

Può essere la soluzione ultima, questa, per uscire dal guado politico nel quale ci troviamo, sempreché siano fatte le riforme costituzionali e rendere il paese moderno per affrontare la sfida del futuro.

Ma la prima giornata di congresso non ci ha entusiasmato. Il discorso di apertura di Berlusconi ci è apparso lo stesso di sempre. Una riedizione del 1994 con gli stessi slogan di sempre. Molto marketing, buona comunicazione pubblicitaria, grande senso dello show, ma niente contenuti politici di spessore. Ci è sembrato di assistere al proseguo di un film di successo: Forza Italia 2.

Ed ieri ascoltando gli interventi della mattinata, abbiamo confermato se non addirittura peggiorato le nostre convinzioni, un partito che non c’è, o solo monocratico, che si tira in dentro e fagocita anche AN e la propria tradizione. Un solo uomo al comando.

Un inno a Berlusconi, questi sono stati tutti gli interventi di importanti esponenti di governo, per non parlare della Prestigiacomo, che ha recitato uno scarsissimo scorcio di lettura fatta anche male. Sconcertante.

Solo due contributi buoni, quelli, di Brunetta e Tremonti, ma questo onestamente ce lo aspettavamo, discorso da statisti, molto governo, poca politica, ma fanno bene il proprio mestiere … fino al panegirico del Capo.

Però il primo vero autentico acuto, un intervento politico di indubbia qualità si è avuto con il giovane ministro Giorgia Meloni, la prima a parlare di meritocrazia: “ Il merito in politica è il giudizio del popolo che si misura con le preferenze e queste sono il vero rapporto tra eletto ed elettore, si deve rivedere la legge elettorale”.

E poi il grandissimo intervento di Gianfranco Fini che chiude in gloria la mattinata del 28, dando finalmente il senso della politica a questo congresso.

Se vogliamo essere seri critici dei fatti, dobbiamo affermare che  in questo nuovo partito si potrebbe trasformare il concetto di movimento di plastica, quale è stata FI, in quello di un grande partito di popolo, ma solo col contributo ideale e serio di Alleanza Nazionale, questo è stato dimostrato al Palafiera di Roma, ma questo non succederà.

Proprio su alcune scommesse vere, di efficace cambiamento della società, si gioca la posta questa classe dirigente del PdL. Condividiamo senza dubbio alcune prescrizioni dichiarate, senza le quali il malato potrebbe morire, che dovrebbero essere i prerequisiti di ogni istituzione pubblica da Roma fino in periferia.

L’etica del dovere, innanzitutto, che i rappresentanti del popolo devono assumere come regola obbligatoria. Essere l’esempio per i cittadini, ai quali indicare col loro comportamento etico i precetti per perseguire i doveri che sono stati accantonati, indicare con la loro condotta il ruolo di buon cittadino. Anche Berlusconi nel suo intervento di chiusura usa la frase “il primo compito degli amministratori è quello di non rubare”.

Questo vale soprattutto per il sud Italia, dove troppo è stato abbandonato rispetto a questa frontiera, quella del dovere, fino a farla diventare emergenza.

Se non si assume il concetto di legalità nelle istituzioni, e si abbandona la via degli accordi ad ogni costo, anche con settori turpi della società al fine del mantenimento del potere personale ad ogni costo, e nel nostro territorio ne abbiamo fulgidi esempi, il meridione tutto non si alza, e questo vitale problema sociale rischia di tirarsi nella voragine tutto il resto del paese.

Altro tema ripreso da Fini è quello della meritocrazia.

Meritocrazia che in politica si sostanzia nel consenso ricevuto. E’ arrivata l’ora di abbandonare la formazione della classe dirigente per nomina. Anche perché questo cozzerebbe col concetto delle territorialità delle istituzioni e della riforma federale dello stato. E’ una “contraddictio in terminis”. E’  proprio questo che ci inquieta. Un  solo uomo al comando con la classe dirigente nominata ed al suo servizio. Berlusconi non ne fa mistero quando afferma che i parlamentari sono un inutile orpello di cui fare anche a meno “tanto votano a comando”, ma questo non è edificante esempio di democrazia autentica .

Quindi dove starebbe la novità del partito del popolo, le cui istanze dovrebbero provenire dalla base. Provate a simulare che qualcuno metta in discussione la leadership di Berlusconi. Sembra una ipotesi inammissibile, anche ridicola, e gli interventi in congresso dei massimi esponenti del PdL  l’hanno ulteriormente avvalorata, ma proprio perché la genesi del PdL è questa, la berlusconizzazione degli alleati.. Sul predellino della macchina, a piazza San Babila nel 2007, quando gli italiani hanno ascoltato per bocca di Berlusconi la fondazione del Partito delle libertà (allora lo chiamava ancora così),  era questa l’intenzione del Cavaliere, infastidito dalla troppa dialettica gli alleati, non ancora berlusconizzati a dovere.

Questo non avviene però nelle mature ed efficienti democrazie occidentali, che il Cavaliere vuole prendere ad esempio. Sarkosy, la Merkel, Brown, lo stesso Obama possono essere messi in discussione, pure rimossi da dialettiche diverse all’interno del proprio partito o la loro leadership contestata, come pertanto avviene periodicamente, e come è giusto che sia.

Nel Popolo della Libertà questo non può avvenire. Non può avvenire per due motivi.

Il primo è la concezione carismatica della leadership, non politica e peronista, il rapporto diretto che Berlusconi  ha col popolo degli elettori, che non è mediata dal partito né dai suoi satrapi territoriali. E’ lui che invero riceve i consensi, non altri, ed infatti quando non è candidato in prima persona, il partito perde quasi la metà dei voti.

L’altra disfunzione non meno importante è la cosiddetta nomina da parte del capo dei pseudo-rappresentanti del popolo. L’elettore non li sceglie, sceglie solo il capo, per cui la disfunzione democratica diventa vera difficoltà. Ma Berlusconi sa benissimo tutto ciò, ed il suo progetto egemonico, coltivato da anni, adesso si è realizzato. Mai nessuno in Italia, dopo il 1945, ha avuto tanto potere quanto lui ne ha adesso, è il capo unico del partito di maggioranza, ergo anche il capo del parlamento.

Bene fanno gli alleati del Cavaliere, Lega ed MpA, con le dovute proporzioni, a non farsi fagocitare, bene fa l’UDC di Casini ad essere rimasto fuori, per mantenere non solo la propria identità, territoriale per alcuni, ideologica per altri, e non diventare berlusconiani come tutti quelli che hanno aderito, ma soprattutto per non fare raggiungere quel famigerato 51% al PdL  e al suo uomo solo al comando, che potrebbe essere dannoso per la nostra democrazia.

Solo la diversità storico-culturale di Alleanza Nazionale può aiutare il processo di democratizzazione del Popolo della Libertà, ma dopo Berlusconi, se già non è troppo tardi.