martedì 29 settembre 2009

Backstage dell'intervista - conversazione tra Raffaele Lombardo e Valentino Parlato



Nella storia d'Italia, specie nelle fasi di crisi, la Sicilia ha spesso anticipato gli esiti politici nazionali. Penso a Portella della Ginestra nel 1947 e poi al caso Milazzo. Un po' queste le ragioni che ci hanno spinto a chiedere un incontro con Raffaele Lombardo, presidente della Regione e appassionato sostenitore dell'autonomismo. L'incontro, nella mattina di giovedì 24 settembre, più che una classica intervista ha prodotto una conversazione, appassionata ripeto, ma anche un po' confusa. Chiedo scusa ai lettori.

C'è una crisi italiana, anche di Berlusconi (adulato e ricattato) che quando si vanta di aver governato più a lungo di De Gasperi non si rende conto (come anche i suoi avversari) che ciò accade solo perché siamo in una palude fangosa. Lei, Presidente, che dice?

E' come se oggi prevalesse una logica nuova che fa un po' pensare al milazzismo, che sconvolse gli equilibri politici e mandò in pezzi e in crisi tutti i partiti di allora. Anche la mafia non è più quella di allora, più dipendente dal potere centrale: pensate per quanto tempo Provenzano è stato libero di passeggiare nell’era dei sistemi tecnologicamente sofisticati di controllo del territorio.

Ma Silvio Milazzo aprì al centro sinistra

Sì, ma oggi la sinistra dov'è? Oggi, in Sicilia prevale, si percepisce – e io la sostengo – la spinta all'autonomismo rispetto al potere centrale, politico ed economico: il Sole 24 Ore di oggi fa un gran titolo sullo scontro Falck-Lombardo. Io sostengo questo autonomismo, assolutamente necessario rispetto al potere centrale: viene voglia di criticare anche Garibaldi e i suoi «mille».


(Portano il caffè e Lombardo, fingendo una faccia scura, si lamenta che nessuno di noi abbia voluto assaggiare il suo: il riferimento è a Repubblica).


Ma c'erano altre differenze al tempo di Milazzo

L'equilibrio politico era diverso. Allora non c'era l'elezione diretta del presidente della regione. In quelle condizioni sarei rimasto in carica non più di quindici giorni. Mi avrebbero fatto fuori senza pensarci due volte.

I nemici non mancano

Sono le nuove norme che mi difendono: se cado io si scioglie l'Ars e quindi «lor signori» anche esponenti di “un certo Pdl” cercano (finora senza successo) di riformare la legge per farmi fuori. Cercando vie normative incostituzionali. Piaccia o non piaccia allo stato attuale delle cose ci sono solo due modi di farmi fuori. La prima è quella delle dimissioni di 45 parlamentari e non credo che sia un'ipotesi realistica.

Altrimenti?

Ammazzarmi, ma non ho questo incubo. Lo ha solo la Repubblica con la balla dell'«assaggiatrice». Non mi sento un padreterno ma sento la necessità di rimediare ai gravissimi guai della Sicilia, visto che i siciliani mi hanno ingaggiato e ben retribuito per cinque anni.

Ma non siamo ai tempi di Milazzo. La vox populi dice che Lei è in una botte di ferro.

Infatti. Allora fu la Democrazia cristiana di Fanfani che corrompendo un po' di persone fece cadere Milazzo. Lei ricorderà i fratelli Salvo. Oggi non ci sono più.

Ma oggi gli uomini di Alfano (quello del «lodo») e Schifani sono contro di Lei e contro Micciché. E l'idea di un partito del Sud.

Certo, Alfano e Schifani sono contro di me e contro Micciché. Anche questa volta i partiti grossi (penso al Pdl) si sono spaccati. Il Pd sta dandoci una mano, ritenendo alcune riforme messe in campo utili per il sistema Sicilia, ma anche tra loro c'è una divaricazione profonda tra ex comunisti ed ex democristiani.

Ma che succede adesso nel Pd siciliano?

Ci sono tre candidati segretari: c'è Lupo ex sindacalista della Cisl. Poi c'è Lumia ex presidente della commissione antimafia, che rappresenta un'area autonomista e non fa riferimento a Franceschini, né a Bersani e neppure a Marino. Lupo fa riferimento a Franceschini mentre il candidato dell'area Bersani è Mattarella, figlio di Piersanti, che nasce da un accordo nazionale tra Bersani e la Bindi, che ha rinunziato al suo candidato Burtone.

La prospettiva è di un travaglio lungo?

Sì, che finirebbe domattina se facessi il presidente satrapo del potere romano: quello che sta in vacanza, che risponde signorsì, continua col clientelismo di favore e senza meritocrazia. Ho scelto la via più scomoda per me, lo avevo già annunciato anche in campagna elettorale: ho un solo padrone a cui rispondere il Popolo Siciliano.

Sul Giornale di Sicilia ho letto di un taglio di mille dirigenti.

Non si tratta di tagli. Il punto è che alla Regione servono 600 dirigenti anziché gli attuali 2000 e servono 5-6 mila dipendenti invece che 20.000. Insomma c'è stato nel passato un abuso di spreco clientelare. Ora io non penso – e forse non posso – ma soprattutto non voglio procedere a licenziamenti. Voglio e dovrò seguire la pratica dei prepensionamenti e dei tagli alle spese. Noi, in Sicilia, abbiamo un sistema sanitario che costa la metà dell'intero bilancio (8 miliardi e mezzo su 16). Pensi che per l'acquisizione dei farmaci, unificando le gare di acquisto, siamo riusciti a risparmiare, ancor prima della fase di riforma, 150 milioni di euro su un miliardo. E non si trattava solo di personale e medicinali: la Falck (lo scrive il Sole 24 Ore di giovedì) ci attacca e denuncia perché abbiamo fatto saltare un accordo per i termovalorizzatori assurdo: per utilizzare i termovalorizzatori che la Regione si era impegnata ad acquisire avremmo dovuto comprare rifiuti e spazzatura. Un piano rifiuti che non teneva conto della percentuale di diversificata che è necessaria per lo smaltimento corretto, come se si doveva bruciare tutto, ma non certamente nell’interesse dei siciliani. Si renda contro. Ora la Falck non cercherà di farmi pagare questa rottura con tutti i mezzi politici di cui nazionalmente dispone?

Un mio caro e vecchio amico mi dice di insistere sul che fare della Regione Sicilia con l'acqua, il nucleare e i termovalorizzatori.

Dei termovalorizzatori abbiamo già detto.

E la privatizzazione dell'acqua?

Purtroppo c'è la legge (nazionale) del 1994 che ha dato maggior potere ai privati.

Lei è per la privatizzazione dell'acqua?

L'acqua è un bene pubblico per eccellenza. Quel che si privatizza è il servizio e qui i guai sono tanti, come abbiamo già visto con i rifiuti.

E il nucleare?

Sul nucleare è che se mi dimostrano sicurezza e convenienza ci vuole un referendum popolare. Debbono decidere i siciliani e credo siano contrari. In ogni modo non voglio che si ripeta quel che si è fatto con le raffinerie di petrolio collocate in Sicilia e Sardegna e per le quali pago di più la benzina, non riscuoto le tasse, anche se previsto dal nostro Statuto, e mangio veleno da più di cinquant'anni. Allora dico no.

Lei ha dato un'intervista al Riformista e ora al Manifesto. Come mai questa propensione per la stampa di sinistra?

Ci pensi lei. In ogni modo non siete dalla parte della Falck.

Lei è a favore o contro il ponte sullo Stretto?

A favorissimo. Fare il ponte è come acquistare un abito di lusso; che ci obbliga a fare la doccia e profumarci, non restare puzzolenti. Si dovranno per forza di cose costruire infrastrutture consequenziali che senza il Ponte non si avrebbero, autostrade decenti e avere l'alta velocità per le ferrovie: oggi per andate da Catania a Palermo ci vogliono quatto ore e mezzo per solo 180 chilometri.

Ma non c'è il rischio di impuzzolentire anche l'abito di lusso?

Spero di no

Come la metterete con Berlusconi?

Dipende da quel che fa. Nel 2008 siglammo con lui un patto dell’alleanza politica nell’interesse del Sud, ci è sembrato allora più interessato verso le soluzioni che stanno a cuore ai meridionali rispetto al centrosinistra. Ma la verifica è quotidiana. Abbiamo di recente sollevato la proposta del partito del Sud e lui ha sbloccato i 5 miliardi dei Fas e addirittura parlato di piano Marshall. Vediamo se mantiene i patti, noi la verifica, come detto, la facciamo quotidianamente, in Sicilia come a Roma. Adesso pensiamo ad una fondazione culturale.

Perché non organizzate, magari in questo autunno, un grande convegno sulla questione meridionale oggi? Gramsci era meridionale.

Dobbiamo organizzare una specie di Cernobbio del Sud, possibilmente a Favignana, dove è stata restaurata la tonnara Florio. La questione meridionale non può essere degradata a corruzione e sperpero. E quanto allo sperpero in che misura esso va attribuito a rappresentanti di partiti nazionali, che quegli spreconi magari hanno promosso al Senato o alla Camera. Qui bisogna mettere in evidenza il valore dell'autonomismo meridionale. E' dai tempi di Verre che il sud è stato considerato colonia.

Le segnalo un ottimo libro di Francesco Maria Pezzulli che racconta la novità del sud, cioè l'emigrazione delle persone qualificate (già segnalato dalla Svimez). Se ne vanno per trovare un lavoro qualificato e per il rifiuto di sottoporsi alla protezione di un padrino. Per battere la mafia bisogna dare a me giovane siciliano, la possibilità di un buon lavoro senza raccomandazioni.

A questo deve pensare la politica. Forse anche questa nostra conversazione sarà intercettata. Enormi sono i mezzi di controllo, ma proprio per questo come è masi possibile che Provenzano, anziano signore più o meno malato, si aggiri per le campagne del palermitano senza che nessuna autorità se ne accorga? La mafia oggi è meno autonoma e potente.

Ma se volessi farmi eleggere parlamentare, consigliere comunale o che altro in Sicilia, dovrei rivolgermi necessariamente alla mafia

Niente affatto. Deve rivolgersi al padrone romano che lo piazzi al primo posto nella lista bloccata.

Insomma la mafia è emigrata a Roma?

Non rispondo.

Per concludere, questa volta neppure dalla Sicilia viene il segno di un possibile futuro.

Punto sull'autonomismo e, forse, su un'altra Italia nell'orizzonte nuovo della globalizzazione.