sabato 18 aprile 2009

Politica: "Perde chi non vuole l'UDC e il MpA"

 “Conosce quella del casellante? C’è un casellante che si rende conto che due treni sono in rotta di collisione. Per evitare il disastro, manovra segnali, allarmi, scambi. Poi, una volta resosi conto che è tutto inutile, chiama la moglie e le dice: cara, vieni alla finestra, almeno ci godiamo lo spettacolo. Ecco, io non voglio fare come quel casellante. Mi rifiuto di rassegnarmi al fallimento del Pd, o addirittura di augurarmelo”. Inevitabilmente sospettato (come del resto tutti i centristi del suo partito) di avere già la testa su quello che potrà succedere dopo l’impatto della segreteria Franceschini contro il muro delle elezioni di giugno, Enrico Letta non ci sta a fare la parte di chi punta sul tanto peggio tanto meglio.
Sulla scrivania ha il libro che ha appena scritto per la Mondadori:
Costruire una cattedrale, un atto di fede nella capacità del centrosinistra di essere anche in futuro la guida dello sviluppo economico e civile del Paese. Al segretario, Dario Franceschini, un ex della Margherita come lui, affida attraverso Panorama la sua ricetta per provare a salvare il partito. Qualche capacità profetica l’ha già dimostrata: nel 2004, mandando su tutte le furie Romano Prodi e i diessini, pronosticò l’insostenibilità dell’alleanza con Rifondazione, poi puntualmente entrata in crisi nel 2008.

È dura essere ottimisti. Per il Pd i sondaggi sono neri, Silvio Berlusconi è al top della popolarità e mancano solo sette settimane alle elezioni. 
Quel che mi preoccupa non sono i sondaggi. Quando vedo che nelle fabbriche del Bresciano i voti della Fiom vanno verso la Lega, o verso Antonio Di Pietro, ho di fronte una realtà ben più grave di un sondaggio. In tre regioni vitali del Paese, la Lombardia, il Veneto e la Sicilia, nonostante l’impegno dei nostri ottimi amministratori, il Pd non è più competitivo, è diventato il terzo partito. Il gioco per la supremazia sta tutto nel centrodestra: nel Nord tra il Pdl e la Lega, in Sicilia tra il Pdl e il
 Mpa di Lombardo.
E quale conclusione ne trae? 
Che anche nel Pd qualcuno stenta a capire come lo schema novecentesco della destra contro la sinistra in Italia è saltato definitivamente. La segreteria di Walter Veltroni è stata l’ultimo tentativo di tenere in piedi questo schema.
Nelle condizioni attuali, suona come un de profundis per il Pd… 
Calma. Oggi in Italia, come ho scritto nel mio libro, ci sono tre segmenti: i progressisti, i moderati e i populisti. Vince chi riesce a tenerne insieme due. Oggi lo fa Berlusconi e non lo fa il Pd. Noi possiamo vincere se riusciamo a spezzare l’alleanza tra populisti e moderati.
Piano suggestivo, ma come fare? 
Anzitutto il Pd non deve esitare a stringere alleanze con il campo moderato e centrista.
Ponti d’oro a Pier Ferdinando Casini?
Premesso che nel Pd chi mette in discussione l’opportunità di un’alleanza con Casini non vuole nemmeno provare a giocare la partita della salvezza, bisogna dialogare anche con il
Mpa di Raffaele Lombardo, la nuova forza meridionalista di Adriana Poli Bortone e partiti che si sono allontanati da noi come gli altoatesini del Svp e l’Union Valdôtaine. Naturalmente questo non basta, non si può risolvere il problema solo con operazioni di ceto politico. Bisogna saper parlare in modo più convincente all’elettorato moderato.
Questo sembra ancora più difficile che le nuove alleanze.
Non è vero. Faccio due esempi.
 Il terremoto: tutti si aspettano che la sinistra proponga come al solito un aumento delle tasse. Spiazziamoli. Io propongo che le 50 mila famiglie di senzatetto siano adottate a distanza da altrettante famiglie italiane, come si sta pensando di fare per la ricostruzione dei monumenti, usando la leva di sgravi fiscali. O le quote latte: dobbiamo aprire la campagna elettorale spiegando che il governo, per compiacere la Lega, ha premiato i furbi e punito gli onesti che hanno pagato.
L’aggancio dei moderati, visti i numeri attuali del Pdl, ha bisogno di una legge elettorale che consenta le coalizioni, e magari non predetermini il premier. E invece con il referendum elettorale di Mario Segni si rischia di passare a un sistema ancora più maggioritario. 
La sorprenderò dicendo che sono a favore del sì. Il referendum è di tipo abrogativo, e in ballo c’è una legge elettorale, che il Pd ha sempre considerato pessima. Questo deve condurci senza esitazioni al sì, e a lavorare per la vittoria del sì.
E dopo?
Nel 1993 l’abrogazione fu seguita dall’approvazione in Parlamento di una nuova legge elettorale.
Quale sarebbe secondo lei la legge più utile al Pd?
Oggi, una legge elettorale alla tedesca. Che sarebbe anche quella giusta per il Paese. Dove non ci sono due partiti, ma 5 o 6. Come in Germania.
Si illude che Berlusconi rinunci a fare la crisi e a usare la legge dei referendari, che gli consentirebbe di stravincere ridimensionando anche la Lega…
C’è il precedente del ‘93. E semmai confido che saranno i presidenti dei due rami del Parlamento a far cambiare idea a Berlusconi. Perdipiù una sua richiesta di rivotare subito non avrebbe fondamento politico: cosa fa, chiede più forza avendo già la maggioranza più forte nella storia della Repubblica?
Dario Franceschini sta facendo bene il segretario? 
Sì, ha un compito difficilissimo e sta facendo tutto il possibile. Il fatto che lo critichino qualche volta da destra e qualche volta da sinistra ne è una conferma. Certo, deve passare le forche caudine del voto di giugno.
È preoccupato per le europee? 
Più che per le europee, dobbiamo essere preoccupati per le amministrative. Si vota in 70 province e 5 mila comuni. Nell’80 per cento dei casi, le giunte uscenti sono di centrosinistra, perché alle elezioni precedenti eravamo al massimo. Il risultato più importante per noi sarà quello di città come Bologna, Firenze, Bergamo, Bari.
Lei pensa di candidarsi al congresso di ottobre?
Io continuo a credere che le idee contino più delle leadership. Non c’è dubbio che il libro che ho scritto sia una piattaforma politica. Quel che è sicuro è che intendo portarla avanti. Se con una candidatura diretta o in altra forma, questo è ancora presto per dirlo.
Difficile che a questo punto possa appoggiare la candidatura di Pierluigi Bersani?
Bersani fa assolutamente bene a dire che si impegnerà in prima persona per il futuro del Pd.
La scissione del Pd dopo le elezioni di giugno è una prospettiva realistica? 
Non ci potrà essere scissione perché non potrà esserci ritorno all’indietro. Dobbiamo fare del Pd una vera novità della politica italiana. Se no, uniti o divisi, sarà per forza un ritorno all’indietro.
Gira nel Pd l’idea che la prossima premiership vada offerta a Casini. 
Si rivoterà nel 2013, e questo è un discorso prematuro. Aprire in anticipo il tema della premiership è l’errore che facemmo nel 2007, quando anziché un segretario di partito abbiamo pensato di indicare un candidato premier. E tutto questo lo facemmo appena un anno dopo le elezioni.

(Panorama.it)