venerdì 16 maggio 2008

EDUCARE ALLA DEMOCRAZIA: LA SCELTA, CICERONE O LEONE

Qualche giorno fa qualcuno mi chiese il perché da qualche tempo faccio continui appelli alla qualità della politica, ritenendo quella attuale, all’ombra dell’Etna, pervasa da mediocrità e scarsa qualità.

Per spiegare questo sillogismo, non occorrerebbe grande sforzo intellettuale, basterebbe fare semplicemente il cronista, e sottolineare i comportamenti, non solo quelli reconditi o sottesi, ma solamente quelli evidenti, degli operatori della politica, che occupano gli scranni delle pubbliche istituzioni in nome di un mandato ricevuto dal popolo sovrano, che sceglie i propri rappresentanti locali in base alla vicinanza d’abitazione, alla parentela, all’utilità personale di piccoli e miseri “favori” ricevuti.

Una tendenza che ritrova maggior riscontro nella minore analisi di scelta di quelle classi che hanno poca capacità critico-culturale. E non mi riferisco solo alle classi meno abbienti, ma ad una pericolosa e crescente deriva intellettuale che tocca tutte le fasce.

Si assiste quindi ad una mera occupazione da parte dei rappresentanti del popolo di posizioni di rendita politica, una occupazione del potere o di quello che c’è, che non hanno “educazione” alla democrazia.

Educare alla politica risponde ad un bisogno sociale, perché la società possa essere composta ed avvalersi di cittadini capaci di chiedere ed esercitare la democrazia in modo critico ed autonomo, secondo un progetto di uomo e di donna preciso. Progetto che nasce dal credere l’uomo e la donna al centro, soggetto-oggetto della domanda politica, in un continuo, costruttivo rapporto tra bene comune e bene individuale.

Non c’è stato tempo di formare una classe dirigente per sopperire al salto generazionale (parlo di generazione politica oltre che anagrafica) che è stato frutto della crisi del sistema che vi è stato all’inizio degli anni ’90, e quei giovani che allora si affacciavano con autorevolezza alla ribalta, sono stati spazzati via da un rigurgito socio-emozionale che ha buttato via l’acqua sporca assieme al bambino.

Ora quella classe giovane di allora, che sono i 50enni di oggi ha questo dovere, questa sfida, ove possibile, rendere un servizio alla società dove vivono, e dove vivono i loro figli. La sfida di formare la classe dirigente di domani. Recuperare la cultura ed educare alla DEMOCRAZIA. Senza condizionamenti derivanti da calcoli del consenso elettorale, tagliando e ricucendo gli strappi doverosi che devono essere fatti. Ognuno per le proprie responsabilità e per le posizioni ricoperte. Non vi sono più alibi, non vi è più tempo, bisogna agire con determinazione per evitare che l’incancrenire ed il cronicizzare di siffatta situazione, della malapolitica, crei la società dei bruti costruita su due fenomeni estremamente pericolosi: l’apatia come rinuncia del cittadino ad usare il proprio diritto di cittadinanza e lo "scambio" per usi meramente personali e non anche di pubblico interesse.

Queste considerazioni circa i due fenomeni che abbiamo citato, diversi e opposti, ma convergenti nel risultato, sottolineano oggi l’indifferenza alla Politica diffusa nella nostra democrazia, un abbandono della classe dirigente del compito di operare ad educare, per dedicarsi all'arte di governarsi da se o almeno per influire o condizionare il governo.

Questa democrazia per assuefazione può portare la società alla noia, alla nausea ed al rigetto, a quel fenomeno, non meno pericoloso, che oggi si definisce antipolitica.

Fino a quando non compaia qualcuno che la cavalchi, per riempire questo vuoto di energia politica e stravolgere le regole complesse e faticose della democrazia, che dileggi le istituzioni più di quanto non siano già tanto deviate e renda ancora più complicato il processo educazionale.

E questo lo abbiamo già vissuto dal 1993 al 2002, con i risultati odierni che subiamo.

Finisco citando Erodoto, forse un riferimento un pò criptico, ma che misura il grado di sensibilità di chi deve capire ed agire. Il celebre dialogo della ribellione dei capi persiani contro i Magi del 521-522 a.C.

I tre interlocutori (Otanes, Megabizos e Dareios) rispettivamente difensori della democrazia, dell’aristocrazia e della monarchia, finivano ciascuno a turno per dare lo spunto all’altro per distruggere i propri argomenti. Quindi sconfitti gli argomenti della democrazia da quelli dell’aristocrazia, e quelli dell’aristocrazia da quelli della monarchia, la monarchia si trovava a fare i conti daccapo con quelli della democrazia.

Il modo per uscire da questa difficoltà circolare ce la forniscono, però, Polibio e Cicerone, attraverso la lode alle istituzioni.

Deve essere una fusione di equilibrio di principi diversi, monarchico, aristocratico e democratico (traslati nel significato attuale), il governo misto della politica, che deve moderare gli eccessi, ed impedire la degenerazione della monarchia in tirannia, dell’aristocrazia in oligarchia, e della Democrazia in GOVERNO DEL VOLGO, quello che ci assedia mentre scriviamo.