lunedì 28 gennaio 2008

Crisi: Veltroni in pressing su FI, urne dietro l’angolo


Governo ponte, a termine, di scopo, tecnico, istituzionale, per salvare l’Italia, di responsabilità nazionale, di pacificazione. Nonostante l’impegno dei lessicografi applicati alla politica, per l’eventuale esecutivo successore del governo Prodi e destinato a portare il paese alle urne aumentano le possibili definizioni, non le chance di passare dalle congetture alla realtà. E la penultima giornata di consultazioni al Quirinale non ha diradato le incertezze - anzi, se possibile, le ha incrementate. Tanto che anche quanti insistono sulla necessità di un nuovo esecutivo mirato almeno a modificare la legge elettorale sembrano rassegnati allo scioglimento delle Camere. Mettere l’accento sull’esigenza di un governo a termine - e accusare chi non ne vuole sentire parlare di scarso senso di responsabilità - pare ormai più un anticipo dei temi su cui ruoterà la campagna elettorale che un appello concreto a fermare la macchina del voto. In qualunque modo l’ultima chiamata debba essere interpretata, Walter Veltroni torna alla carica. Ammonisce che non si può sprecare l’opportunità di realizzare le riforme necessarie al paese - in primis quella elettorale - in 8-12 mesi, accusa di irresponsabilità chi dovesse sottrarsi alla sfida (avvisando che i cittadini sapranno con chi prendersela), rimprovera “bizantinismi” a Forza Italia (che accenna a larghe intese dopo il voto) e An (che cambia repentinamente linea sugli errori della sua coalizione e che promuove il referendum elettorale salvo poi affossarlo invocando le elezioni anticipate).

Ancor più diretto l’affondo contro Silvio Berlusconi, sfidato da Veltroni a seguire l’esempio del Partito democratico, correndo da solo alle elezioni. Richiesta “incomprensibile” e volta al depistaggio rispetto al vero nodo della crisi nell’Unione, replicano gli azzurri. An reagisce invece sostenendo che bizantino è chi vorrebbe negare agli italiani il diritto di votare. Nonostante il forcing di Veltroni (che prima ha incontrato per mezz’ora Massimo D’Alema nella sede del Pd e poi a Palazzo Chigi è stato ricevuto per un’ora da Romano Prodi) e quello simultaneo di Luca Cordero di Montezemolo (il quale inoltra una “richiesta disperata” alla classe politica su legge elettorale e riforme), non decolla dunque l’ipotesi di un esecutivo per continuare la legislatura. Il copyright del “governo di responsabilità nazionale” appartiene all’Udc, che oggi ha coniato anche l’espressione dell’esecutivo “di transizione”. Ma i centristi di Pier Ferdinando Casini sembrano i primi a rendersi conto di quanto la strada delle larghe intese pre-voto sia impervia. Soprattutto se gli alti partiti del centrodestra - a cominciare da Forza Italia - continuassero a sbarrarla. Non solo: l’Udc, attraverso una nota di Maurizio Ronconi, prova a sbarrare la strada al progetto di un “governo della salvezza” sostenuto dalla maggioranza di centrosinistra, che per l’occasione rimetterebbe insieme i propri cocci. Anche la richiesta - lanciata oggi dai centristi dopo il colloquio con Napolitano - di inserire “almeno” le preferenze nella legge elettorale prima di andare al voto - un punto sul quale torna a farsi sentire anche Montezemolo - sembra più un appello di bandiera che una proposta convinta da sottoporre a entrambi gli schieramenti.

D’altra parte, Rifondazione, tra le forze della sinistra più risolute nel caldeggiare un governo “di scopo” e “a termine”, avverte che di semplici ritocchi non se ne parla nemmeno: le modifiche - ha rimarcato il Prc dopo l’incontro col presidente della Repubblica nello studio alla Vetrata - devono essere incisive. Sul governo “di scopo” ironizza la Lega, che - prima di lasciare il Quirinale - ricorda come i big dell’Unione finora abbiano recitato il mantra del “se cade Prodi si vota” e ora, per mero interesse di schieramento, abbiano cambiato idea. Anche per un soggetto promotore dell’unità a sinistra come il Pdci guidato da Oliviero Diliberto, decisamente meglio è dare subito la parola ai cittadini. Evitando “pasticci” e “inciuci” - o addirittura “trappoloni” orditi da Berlusconi - dannosi per i lavoratori, come insegna l’esperienza del governo presieduto da Lamberto Dini nel 1995. Il protagonista di quell’esperienza considera opportuno un “breve governo” per modificare la legge elettorale, ma non si fa troppe illusioni. Precisando comunque che entro giugno si deve andare al voto. Insomma, la convocazione dei comizi elettorali è dietro l’angolo. Anche se a una personalità istituzionale - i rumours di palazzo sono sempre incentrati su Franco Marini, ma la Velina rossa, di simpatie dalemiane, scommette su Giuliano Amato - potrebbe essere assegnato un mandato esplorativo. Che, per rispetto verso il capo dello Stato, difficilmente sarebbe rifiutato in partenza. Ma di qui a trovare una quadra sulla legge elettorale il passo è lungo.

Date le circostanze, assegnare un mandato esplorativo è legittimo ma rischia di rivelarsi solo “una perdita di tempo”, ammonisce Umberto Bossi. I referendari, che temono un rinvio della consultazione da loro promossa, giocano le ultime carte puntando su Gianfranco Fini, cui ricordano che votare i quesiti ad aprile non impedirebbe di tenere le elezioni politiche entro giugno. Ma il loro pressing non produce risultati. Fini, anch’egli protagonista della tornata odierna di consultazioni, capovolge poi l’argomento secondo cui un autorevole esecutivo di transizione consentirebbe all’Italia di fronteggiare la crisi economica all’orizzonte: “L’Italia - dice il presidente di An - ha bisogno di un governo e di una maggioranza politica che risolva rapidamente i problemi relativi alla sicurezza, ai salari delle piccole e medie imprese. Oggi non c’è una siffatta maggioranza politica”. Si ridimensiona intanto la querelle sulle possibili nomine in extremis del governo Prodi: il portavoce dell’esecutivo e del premier, Silvio Sircana, assicura che “il governo non intende né mai ha inteso procedere ad alcuna nomina, tranne le poche di carattere amministrativo che risultassero inderogabili”. Puntualizzazione accolta con soddisfazione - ma anche con un filo di diffidenza - dal centrodestra. Domattina sul Colle saliranno le delegazioni di Forza Italia e del Partito democratico: a sera il quadro, per Napolitano, dovrebbe essere chiaro.