martedì 8 gennaio 2008

IL VERO DRAMMA DELL'ITALIA E' L'IGNORANZA

(VdP) I numeri sono impressionanti. 43mila domande, 18mila ammessi, 6mila presenti alla prova d’esame finita e consegnata da 4mila persone, 322 ammessi all’orale e 319 promossi. Gli altri, lo sciame di bestie che ambiva ad un posto da giudice, respinta con perdite a causa di insormontabili lacune nell’uso della grammatica e dell’ortografia. A rendere la disfatta ancora più tragica la considerazione che la platea dei concorrenti fosse composta da avvocati, giudici onorari, funzionari della pubblica amministrazione, titolari di dottorati di ricerca e di specializzazioni giuridiche.

Prima che i giornali dessero un qualche rilievo alla notevole performance dei nostri somarissimi adolescenti, ultimi classificati tra i loro coetanei del resto del mondo, si era scritto di quale sia la vera emergenza del paese e quale radioso futuro sia lecito aspettarsi dalla prossima classe dirigente che cresce nella convinzione che il sole ruoti intorno alla terra e che il mondo finisca ad Scalilli, poi esiste un profondissimo baratro senza fondo dal quale salgono i miasmi dell’universo inesplorato.

Poi ci hanno riprovato coi professori, per capire se una tale dimostrazione di forza fosse merito esclusivo dei discepoli o se, per caso, ci avesse messo lo zampino anche il cosiddetto personale docente, quello che rivendica aumenti di stipendio ogni mese e che si lamenta per le deplorevoli condizioni di lavoro alle quali è costretto. Risultato prevedibile: gli educatori ne sanno meno degli educandi e insegnano di conseguenza, cioè male e cose sbagliate.

Il concorso per l’ammissione in magistratura chiude il cerchio e dimostra ciò che si sapeva senza il bisogno del riscontro empirico. Siamo un popolo di ominidi che segue un processo di involuzione lungo ma inarrestabile, il quale appena possibile, verrà recuperata l’antica postura quadrumane (come le scimmie per intenderci) che, per svolgere quelle poche attività fondamentali per la sopravvivenza, basta e avanza.

In fondo mangiare, defecare, ottenere gratificazione sessuale e guardare Buona Domenica in tivvù sono tutte attività il cui svolgimento non richiede una preparazione particolare né una profonda familiarità col congiuntivo: sono ambizioni che si possono realizzare anche violentando la grammatica, o tenendosene più timidamente alla larga, e lasciando che l’istinto e non il cervello guidi l’azione.

Questi sono i risultati di decenni di egemonia culturale catto-sinistrorsa italiana, quella che ha sempre avuto l’obbiettivo di formare legioni di ignoranti che pensino coi pensieri che gli si forniscono in dotazione. E non è vero ciò che scrive Giacalone, e cioè che la faccenda sia risultato di incuria, di deresponsabilizzazione o di inesistente concorrenza tra scuola pubblica e scuola privata. I branchi di lobotomizzati vengono scientemente allevati in questo modo per poterli gestire con maggiore facilità quando si presentano ad esercitare la loro sovranità nell’urna per cui non si deve stupire il nostro commentatore se lo sfascio scolastico non finisce sotto inchiesta o se nessuno venga accusato di qualche mancanza. Nei fatti, se potessero, ai vertici dell’organizzazione scolastica darebbero un premio per aver centrato lo scopo fondamentale del sistema. Ed è stato raggiunto con tale precisione chirurgica che una soluzione, oggi, è praticamente impossibile: facile dire che ci vorrebbe concorrenza tra scuola pubblica e scuola privata, ma se la stragrande maggioranza dei docenti disponibili sul mercato è quella che è oggi, che concorrenza sarebbe? Tra incompetenti affezionati allo stipendio. (Si, va bene, ci sono anche le eccezioni, non bisogna generalizzare).

Oppure togliamo valore legale al titolo di studio, ma da solo è un provvedimento che non basta e che rischia di deludere milioni di famiglie addestrate a considerare la scuola solo come luogo di produzione di “pezzo di carta” e che non chiedono altro se non il 6 politico per i loro piccoli genietti. Chi li sente, poi, quando vanno a votare?

Ecco, la realtà degli aspiranti giudici in lotta con la lingua italiana viene da molto lontano e va in una direzione molto precisa, che è quella della promozione di una specie di finta cultura di massa che, per non far torto a peggiori, esige che i migliori si adeguino al passo degli zoppicanti connazionali che non hanno la capacità, ma soprattutto la voglia, di guardare più in alto.

Non è un caso che l’intera classe politica cianci di continuo di solidarietà, di bene collettivo, di felicità programmata tacendo il fatto che la solidarietà vera, il bene collettivo vero e la felicità si possano perseguire solo restituendo alla gente la libertà individuale, vera, di scelta.

Però, se il nostro sistema fosse pensato per i migliori, siamo sicuri che troveremmo le stesse facce sui giornali e gli stessi giornalisti a scriverne, gli stessi mediocri a governarci?