sabato 5 gennaio 2008

Legge elettorale: Veltroni non cede a dalemiani e "nanetti"

(VE) Nessun passo indietro sulla legge elettorale dal leader del Pd, Walter Veltroni. Il sindaco di Roma non cede alle pressioni dei dalemiani e dei piccoli dell’Unione, che spingono per il modello tedesco, e non rinuncia a portare avanti la sua idea di un sistema elettorale maggioritario e tendenzialmente bipartitico. In un’intervista a Repubblica, il numero uno del Partito democratico dà l’altolà a chi guarda a Berlino: “Hanno in mente la grande coalizione –dice –. Ma questo non è e non sarà mai il progetto del Pd”. Secondo Veltroni, il dialogo tra i poli è prossimo a un punto di svolta “Nei quattro mesi successivi alla nascita del Partito democratico – aggiunge il leader di centrosinistra - abbiamo ricostruito il dialogo tra i poli, abbiamo creato le condizioni per il passaggio a un sistema elettorale in senso proporzionale e bipolare che favorisca maggioranze coese, e si è fatta strada l´idea della vocazione maggioritaria del Pd. A questo punto, lancio un appello a tutte le forze politiche, perchè abbiano lo stesso coraggio”. Veltroni riconosce nei piccoli partiti e nei centristi gli avversari maggiori alla sua linea. E ribadisce che "un accordo possibile sul sistema tedesco, allo stato attuale, non c´è". Netto, dunque, il no al proporzionale con sbarramento al 5 per cento. Chi lo vuole, dice Veltroni "forse ha in testa un´altra idea: la Grande Coalizione. L´unica che renderebbe coerente la scelta del modello tedesco integrale. Ma se è così, si sappia fin da ora che la Grande coalizione non è il progetto politico del Pd. Il nostro partito nasce per consentire un sistema bipolare dell´alternanza, ispirato ad un principio di coesione. Questa, per noi, è una frontiera invalicabile". Allo stesso modo Salvatore Vassallo, costituzionalista vicino a Veltroni, aveva già spiegato che non si può “svendere per quieto vivere il progetto di riforma”, perché a quel punto sarebbe meglio “aspettare l’esito del referendum”. In sintonia con i concetti espressi da Stefano Ceccanti, dal capogruppo del Pd Antonello Soro e condivisi da una parte dello stato maggiore del Pd.

I “nanetti” dell’Unione proprio per questo sono sul piede di guerra. Il Guardasigilli Clemente Mastella definisce “strumentale e pretestuoso” il dibattito sulla “legittimità delle forze più piccole a essere presenti sulla scena elettorale” e assicura che non chiederanno “alcuna elemosina”. Roberto Villetti, del Partito socialista, indica nel sistema di elezione dei sindaci delle città medio-grandi il sistema migliore per l’Italia. Gavino Angius, vicepresidente del Senato, denuncia “il disegno di Veltroni e di Franceschini” per “liquidare l’alleanza del centrosinistra e andare verso una forma di bipartitismo ‘coatto’”. L’attacco più duro è però arrivato da Rifondazione comunista. Franco Giordano si spinge a minacciare apertamente la crisi di governo: “Noi siamo ancora aperti a un confronto che può produrre una larga maggioranza in Parlamento. Lo è anche il Partito democratico, oppure si prende la responsabilità di far saltare tutto?”. Se la proposta di Franceschini non sarà ritirata, incalza Giordano, “si passerebbe dal confronto al conflitto”. “Sorge il sospetto – aggiunge - che questa proposta serva solo ad attendere passivamente il referendum”. In tal caso, il Pd “decide di aprire una tensione che si rifletterebbe, e non certo a opera nostra, sulla maggioranza di governo”.

Una minaccia che rischia di esacerbare una situazione già di per sé molto pesante. Infatti, in attesa dell’incontro di martedì 8 gennaio con i sindacati, il governo registra un affondo da parte del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni. Dopo la pubblicazione del dato Istat sull’aumento dell’inflazione registrata a dicembre, salita al 2,6 per cento (il massimo dall’ottobre 2003), Bonanni denuncia: “Ormai siamo alla farsa”. E definisce il dibattito sui salari “surreale”. Dal Senato, dove la tenuta della maggioranza è sempre appesa a un filo, arriva intanto l’ennesimo allarme. Willer Bordon, esponente dell’Unione democratica, pur ribadendo la sua stima a Romano Prodi, fa alcuni conti: “L’opposizione ha 158 voti e la maggioranza 156”. Nel computo di Bordon, che comprende quanti fanno ancora parte della maggioranza, compresi Lamberto Dini e Fernando Rossi, si aggiungono poi i senatori a vita Rita Levi Montalcini, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Emilio Colombo. Con i quali la maggioranza arriva “a 160 mentre – sottolinea Bordon - il plenum del Senato richiede maggioranze a quota 161: ci si affida quindi a Andreotti, Cossiga e alla buona salute”. Insomma, per Bordon è ormai giunta questa di un nuovo governo che faccia le riforme prima del voto. Quanto al Pd, Bordon punta il dito: “Le fibrillazioni vengono proprio da lì”.